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Illegittimo l'assegno in sede di divorzio che prescinde dalle condizioni economiche di entrambi i genitori (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 19299 del 16 settembre 2020).

Illegittimo l'assegno in sede di divorzio ..[..]

  • Data:26 Settembre

 

La vicenda sorgeva a seguito di un ricorso presentato da un ex marito il quale chiedeva la riduzione dell'assegno, fissato in un primo momento ad € 3000.

L'uomo, di professione dentista, a seguito di una malattia invalidante che lo rendeva impossibilitato a svolgere la propria attività, chiedeva la riduzione del predetto assegno da 3000 a 1000 euro.

Il Tribunale competente, considerata la flessione del reddito del genitore obbligato, provvedeva alla riduzione dell'importo fissando la somma ad € 1900,00.

In sede di appello la Corte provvedeva ad una ulteriore riduzione senza però raggiungere la cifra richiesta dall'ex coniuge.

A parere della Corte di Appello, già in sede di separazione, l'uomo si era impegnato a versare un importo superiore al suo reddito; questo lasciava presumere che lo stesso potesse contare su apporti stabili capaci di permettergli tali versamenti.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove l'obbligato sosteneva che l'assegno di mantenimento era stato determinato senza rispettare il principio di proporzionalità rispetto al reddito, inoltre non era stato considerata la maggiore capacità economica dell'altro genitore.

Gli Ermellini ritenevano il motivo fondato in quanto nella decisione risultava assente il confronto tra i redditi dei due coniugi, pertanto, rinviavano alla Corte di Appello competente affinchè venissero seguiti i principi in materia.

In sostanza la Corte afferma che, nella determinazione dell'assegno, occorre procedere ad una valutazione comparata dei redditi di entrambi i genitori oltre alla considerazione delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita da questo goduto..

 

Commento dall' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Nella determinazione dell'assegno di divorzio occorre valorizzare anche il contributo del coniuge più debole (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6519 del 09.03.2020).

Nella determinazione dell'assegno di divorzio occorre ...[..]

  • Data:17 Marzo

 

Nella determinazione dell'assegno di divorzio occorre valorizzare anche il contributo del coniuge più debole (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6519 del 09.03.2020).

Nella decisione in esame la Suprema Corte affronta, nuovamente, il tema della determinazione dell'assegno di divorzio ed incentra l'analisi sulla valorizzazione o meno del contributo del coniuge più debole.

La vicenda riguardava un ex marito il quale proponeva appello dove chiedeva la rideterminazione dell'assegno divorzile, versato nei confronti dell'ex moglie.

L'appello veniva accolto, parzialmente, l'assegno veniva ridotto e determinato in euro 1600,00 mensili.

Il ragionamento della Corte teneva in considerazione i principi già affermati, sul punto, dalla Suprema Corte.

In sostanza ribadiva che occorre si evitare le rendite parassitarie, in caso di breve durata del matrimonio e di evidente capacità lavorativa del coniuge richiedente l'assegno, ma occorre, anche, evitare di agire in maniera punitiva nei confronti del coniuge, economicamente, più debole rimasto sposato per lungo periodo e che ha contribuito all'incremento delle risorse familiari, sia con il lavoro fuori casa che dentro casa.

In tale occasione in appello sono stati considerati decisivi sia la durata del matrimonio che la disparità reddituale tra le parti coinvolte.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove contestava, tra le altre cose, la non produzione in giudizio, da parte della moglie, delle successioni del padre e della madre, nonché la ritenuta non redditività del cespite ereditario della stessa ed il giudizio sull'effettiva capacità e possibilità della moglie di produrre reddito.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso ritenendo non fondati i motivi in quanto finalizzati ad ottenere un giudizio sostitutivo rispetto a quello del merito conclusosi con una motivazione congrua ed adeguata.

A parere dei Supremi Giudici, nella determinazione dell'assegno, occorre adottare il paramento perequativo- compensativo il quale deve tenere in considerazione elementi quali, le condizioni reddituali di entrambi i coniugi, il contribuito apportato alla realizzazione della vita familiare nonché l'età del richiedente, la durata del matrimonio e le aspettative professionali sacrificate.

In base a quanto sopra, pertanto, l'importo dell'assegno dovrà garantire una vita dignitosa ed autonoma che tenga conto del sacrificio e di quanto fatto durante il matrimonio.

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Il Comune che non rimuove le barriere architettoniche è tenuto a risarcire i danni al disabile. (Corte di Cassazione sez. Civile n. 3691 del 13.02.2020).

Il Comune che non rimuove le barriere architettoniche ...[..]

  • Data:02 Marzo

 

Il caso in esame riguardava una consigliera comunale disabile la quale, a causa delle barriere architettoniche, non riusciva ad accedere alla sala consiliare.

La donna riteneva responsabile il Comune per non aver messo in atto misure idonee a facilitare l'ingresso della stessa negli uffici in attesa dell'istallazione dell'ascensore.

La consigliera proponeva appello avverso l'ordinanza del Tribunale ed otteneva un risarcimento danni in via equitativa pari ad € 15.000,00.

La Corte di appello affermava, infatti, che la mancata eliminazione delle barriere architettoniche rappresentava una discriminazione indiretta che, ai sensi dell'art. 2 comma 3 della legge 10 marzo 2006 n. 67, include gli atti o comportamenti neutri che mettono la persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto alle altre.

La Corte precisava, altresì, che la discriminazione indiretta prescinde dall'intenzione discriminatoria del soggetto agente.

Il Comune ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove sosteneva sia di aver adottato gli accorgimenti necessari, così come previsto dalla legge per gli edifici già esistenti, sia di essersi adoperato al fine di predisporre una soluzione alternativa la quale avrebbe escluso la volontà di discriminazione.

La Suprema Corte rigettava il ricorso ritenendo i motivi esposti dal Comune in parte infondati ed in parte inammissibili.

Inoltre per quanto riguarda  le doglianze relative alla quantificazione del risarcimento del danno la Corte ha dichiarato di aver tenuto in considerazione la destinazione d'uso del fabbricato, la qualifica dell'istante nonché del periodo in cui il Comune è stato inadempiente.

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Affido condiviso: i chiarimenti della Cassazione. (Corte di Cassazione sez. Civile n. 3652 del 13.02.2020).

Affido condiviso: i chiarimenti della Cassazione. ...[..]

  • Data:02 Marzo

 

Con la sentenza in esame la Suprema Corte offre delle precisazioni in merito alla gestione del tempo fra i due genitori in caso di affidamento condiviso.

La vicenda riguardava una minore la quale veniva affidata ad entrambi i genitori con collocazione  prevalente presso la madre. Il padre proponeva reclamo, dinanzi alla Corte di Appello, contestando  la fissazione della residenza della minore presso la madre.

In seguito al mancato accoglimento del reclamo da parte della Corte di Appello il padre ricorreva dinanzi alla Suprema Corte.

A parere della Corte lo spostamento della residenza della minore avrebbe provocato un turbamento inutile e una convivenza paritaria tra i due genitori avrebbe reso più difficoltosa la condizione della figlia.

Il genitore ricorrente contestava la collocazione presso la madre senza adeguata istruttoria, la mancata considerazione del lavoro della madre, la quale svolgeva dei turni, la revoca del provvedimento che autorizzava il contatto telefonico e giornaliero con la minore nonché il principio in base al quale “i rapporti tra genitori non conviventi e figli non si identificano in parametri aritmetici”.

Gli Ermellini respingevano il ricorso del padre e chiarivano di aver tenuto conto, nel disporre l'affidamento della minore, sia del lavoro svolto dai genitori che degli impegni della minore disponendo la residenza presso la madre, anche, al fine di garantire una stabilità alla minore stessa.

Inoltre precisavano che la regolamentazione dei rapporti tra genitori non conviventi e figli minori “non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice di merito che, partendo dalla esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all'esplicazione del loro ruolo educativo”.

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