Diritto Penale

Errore medico e giudizio controfattuale. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 4063 del 03.02.2021)

Errore medico e giudizio controfattuale. [..]

  • Data:16 Febbraio

 

 

La Suprema Corte ritorna sul tema della responsabilità medica e in particolare sul giudizio controfattuale.Il caso riguardava un medico radiologo il quale, a seguito di una tac, non avendo rilevato la presenza di lesioni per le quali fossero necessari ulteriori accertamenti, dimetteva una paziente.

Successivamente, la paziente decedeva ed il medico veniva sottoposto a processo penale per omicidio colposo.

L'accusa sosteneva la colpa medica basata sulla negligenza del medico in quanto aveva errato nella lettura della tac. L'imputato sosteneva che l'esame diagnostico non era di facile interpretazione in quanto sfocato, inoltre, il caso richiedeva la presenza di un radiologo esperto e specializzato.

Il medico rilevava, altresì, di non aver posto in essere una condotta con profili di imprudenza o imperizia.

Anche i periti nominati dal Tribunale avevano espresso pareri discordanti ed affermato che il referto poteva indurre in errore se il personale atto alla lettura non fosse specializzato.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale affermava che “il giudice non deve solo esplorare la condotta colposa ascrivibile al sanitario ma deve anche accertare «quello che sarebbe stato il comportamento alternativo corretto che ci si doveva attendere dal professionista”.

La Corte ritorna cioè sul giudizio controfattuale e, nel caso di specie, annullava con rinvio la pronuncia della Corte di Appello perchè “ha trascurato di considerare il nesso di causa e ha mancato di indicare il grado della colpa” che consisteva nella «difficoltà di lettura della Tac».

Ai fini di una condanna, ricorda la Corte, occorre valutare il grado di colpa in quanto la colpa lieve non è più sufficiente a fondare la responsabilità penale.

Nello specifico occorre compiere il giudizio controfattuale in riferimento alla specifica attività richiesta al personale medico.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Guida in stato di alterazione: ai fini della condanna occorre accertare lo stato di alterazione del soggetto posto alla guida. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 3900 del 02.02.2021).

Guida in stato di alterazione [..]

  • Data:16 Febbraio

La Suprema Corte ritorna sul tema della guida in stato di alterazione a seguito di assunzione di sostanze stupefacenti.

Il caso in questione riguardava un soggetto, imputato del reato di cui all'art 187 comma 1 codice della strada, perchè posto alla guida di una autovettura, di proprietà di terzi, dopo aver assunto sostanze stupefacenti.

La condanna veniva confermata anche in sede di appello ragion per cui l'imputato ricorreva dinanzi alla Sprema Corte.

Il ricorrente lamentava la violazione del diritto di difesa in quanto gli agenti non avevano provveduto ad avvisarlo della possibilità di chiamare un difensore prima di procedere all'accertamento indifferibile ed urgente.

Con il secondo motivo il ricorrente denunciava l'erronea applicazione dell'art 187 in quanto la norma punisce chiunque si pone alla guida dopo l'assunzione di sostanze stupefacenti ma, per giurisprudenza consolidata, la condizione di alterazione non può desumersi da elementi esterni bensì occorre un accertamento che dimostri l'attualità dell'uso. Circostanza assente nel caso di specie.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso ed annullavano senza rinvio la sentenza perchè il fatto onon costituisce reato.

Nello specifico ritenevano infondato il primo motivo considerato che l'imputato aveva autonomamente chiamato il difensore per farsi assistere quindi ha comunque esercitato il diritto di difesa.

Il secondo motivo, invece, veniva ritenuto fondato e, pertanto, accolto perchè la sentenza impugnata non affrontava il tema dell'alterazione dello stato psico fisico dell'imputato.

In sostanza, lo stato di alterazione non va accertato solo con analisi mediche ma il giudice può desumerla da accertamenti biologici in grado di dimostrare l'assunzione, oltre alle deposizioni e al contesto.

La Corte di Appello, nel caso che qui ci occupa, ometteva ogni approfondimento sullo stato di alterazione non rispettando, in tal modo, i principi di cui sopra.


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Ammissione in via privilegiata anche per i contributi non versati dal datore di lavoro (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 18333 del 3 settembre 2020).

Ammissione in via privilegiata anche per i contributi non versati ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte analizza il tema dell'accertamento e della liquidazione del credito per differenze retributive spettante al lavoratore in sede fallimentare.

La vicenda traeva origine da un giudizio instaurato da un ex dipendente di una società a responsabilità limitata  avverso la decisione con la quale era stato statuito sull'istanza di ammissione al passivo in via privilegiata relativamente al fallimento della società presso la quale era alle dipendenze.

Il Tribunale, nello specifico, aveva ammesso al passivo solo l'importo relativo alle retribuzioni escludendo la quota dei contributi previdenziali a carico del lavoratore.

La decisione del Tribunale trovava fondamento sul rischio di una doppia insinuazione  al passivo da parte del lavoratore e da parte dell'Inps.

In sede di appello venivano accolte le doglianze del lavoratore.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale concordava con l'ex dipendente.

In particolare gli Ermellini chiarivano che il rischio della doppia insinuazione non sussisteva ab origine.

Infatti nel caso in cui: “il datore non abbia provveduto al tempestivo versamento della quota trattenuta sulla retribuzione del dipendente, viene meno l’obbligo contributivo pro quota del lavoratore e, quindi, il credito di questi assume interamente natura retributiva”.

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L'indennità di disoccupazione è dovuta anche se il licenziamento viene dichiarato illegittimo (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 17793 del 26 agosto 2020).

L'indennità di disoccupazione è dovuta anche se ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Il caso riguardava un lavoratore in pensione, al quale, l'istituto previdenziale aveva trattenuto dall'assegno della pensione gli importi da questo percepiti a titolo di indennità di disoccupazione tra il 2005 ed il 2009.

L'istituto asseriva che tale indennità non era dovuta in quanto, in quel periodo, vi era in corso un giudizio conclusosi con una sentenza di nullità del licenziamento e riconversione del rapporto di lavoro.

Nello specifico l'istituto contestava al lavoratore la circostanza di non aver fatto valere tale giudizio, (il quale prevedeva il recupero delle retribuzioni non percepite) avendo accettato una transazione per danno non patrimoniale di importo inferiore.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale concordava con quanto statuito dalla Corte territoriale in merito al fatto che il lavoratore aveva, comunque, diritto all'indennità di disoccupazione.

Gli Ermellini, pertanto, rigettavano il ricorso proposto dall'Inps.

In particolare, richiamando anche i principi in materia, affermavano che l'evento coperto dall'indennità di disoccupazione è l'involontaria disoccupazione per mancanza di lavoro.

La Corte, rilevava, altresì, che : "l'impugnazione giudiziale della legittimità del recesso datoriale costituisce un diritto, ma non un obbligo del lavoratore, e che l'intervenuta disoccupazione involontaria deve valutarsi alla stregua e al momento dell'atto risolutivo”.

Il lavoratore, infatti, accettando la transazione ha soltanto esercitato un suo diritto il quale non esclude il diritto alla percezione della Naspi.

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