Diritto del Lavoro

Il risarcimento del danno da dequalificazione professionale non è soggetto a tassazione. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 2472 del 03.02.2021).

Il risarcimento del danno da dequalificazione [..]

  • Data:16 Febbraio

Il caso sorgeva a seguito di azione che una lavoratrice intraprendeva nei confronti della società datrice di lavoro al fine di ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale alla professionalità.

La domanda veniva accolta e, in sede di appello, la Corte affermava che la somma riconosciuta alla lavoratrice, in considerazione della natura risarcitoria compensativa di danno emergente, non doveva essere soggetta a tassazione.

La società ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove lamentava la violazione e falsa applicazione degli artt. 6 e 48 del TUIR.

Nello specifico, parte ricorrente rilevava che il danno liquidato era da ricondurre nell'alveo del lucro cessante come tale soggetto a tassazione.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso della società datrice di lavoro confermando la decisione della Corte di Appello.

La Corte specificava che, in casi di dequalificazione professionale, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno non patrimoniale tutte le volte in cui risultino violati i diritti costituzionalemente garantiti e al di là di uno specifico intento di declassamento.

Tale danno, a parere dei Supremi Giudici, rientra nella fattispecie del danno emergente e non è soggetto a tassazione.


Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Licenziamento illegittimo e diritto alle differenze retributive per errato inquadramento

Licenziamento illegittimo e diritto alle differenze retributive .[..]

  • Data: 29 Gennaio

  

Lo Studio offre la disamina di una vertenza in materia di lavoro attinente ad un lavoratore che rivendicava  la illegittimità del licenziamento irrogato dalla parte datoriale nonché lle differenze retributive per svolgimento di lavoro a tempo pieno corrisposte nelle forme di apprendista.

A seguito di una contestazione disciplinare il lavoratore veniva licenziato.

Il dipendente, rappresentato e difeso dall' Avv. Carlo Cavalletti, ricorreva, dinanzi al Giudice del Lavoro del Tribunale di Pisa, al fine di contestare il licenziamento ed accertare la natura subordinata del rapporto di lavoro.

Nello specifico, a mezzo della difesa, il lavoratore non solo contestava i fatti ascrittigli nella contestazione disciplinare ma deduceva di aver lavorato full time come lavoratore ordinario, quindi non apprendista, e di aver svolto ore in più rispetto all'orario pattuito.

Il ricorrente chiedeva accertarsi la natura subordinata del rapporto di lavoro, l'illegittimità del licenziamento nonché la condanna di parte convenuta al pagamento delle differenze retributive e contributive dovute, oltre interessi e rivalutazione dal giorno del dovuto al saldo, comprensive del ricalcolo del TFR e di tutti gli emolumenti dovuti in virtù della natura subordinata del rapporto.

Parte convenuta rimaneva contumace.

Le dichiarazioni dei testi confermavano la mancanza di prova dei fatti contestati al ricorrente.

Sempre dalle dichiarazioni emergeva, inoltre, l'effettiva mansione svolta dal ricorrente, l'effettivo orario di lavoro prestato nonché l'esperienza dello stesso nel settore di ristorazione il cui dato contrastava con la natura di apprendista.

In base a quanto sopra, il Giudice accertava lo svolgimento di un rapporto di lavoro a tempo pieno e condannava parte convenuta al pagamento delle differenze retributive, oltre alla somma da corrispondere a titolo di Tfr. Il tutto oltre interessi e rivalutazione dal diritto al saldo.

Dichiarato illegittimo il licenziamento irrogato, parte convenuta veniva, altresì, condannata al pagamento di una indennità pari a cinque mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, oltre interessi e rivalutazione.

Il Giudice disponeva, altresì, la condanna di parte convenuta al pagamento delle spese legali oltre gli oneri di legge.

                                                                                                                                                                                                                                                                               

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Indennità di preavviso per lavoratori nel settore sanitario assunti in emergenza Covid.

Indennità di preavviso per lavoratori ..[..]

  • Data: 29 Gennaio

  

Ormai da circa un anno la pandemia ha rivoluzionato diversi aspetti della quotidianità sia dal punto di vista lavorativo che personale.

Tanti sono stati gli interventi normativi adottati nel corso di questi mesi che hanno posto, in alcuni casi, problemi sul piano attuativo.

Un settore interessato è sicuramente il mondo del lavoro in cui abbiamo visto attuare una diversa regolamentazione delle modalità di svolgimento della prestazione, come ad esempio l'incentivazione allo smart working. Altro aspetto da evidenziare è la necessità di organico che la situazione di emergenza ha generato nel settore sanitario. Le strutture sanitarie, infatti, oltre ad impiegare nei reparti covid il personale specializzato, già assunto, ha dovuto procedere con nuove assunzioni al fine di poter garantire, al servizio sanitario nazionale, una piena ed efficiente operatività.

Immediato è stato l'inserimento di operatori necessari sia tramite scorrimento di graduatorie da concorso pubblico o da avviso pubblico o tramite procedure di mobilità e avvisi per manifestazione di interesse.

Da un lato, è stata positiva ed immediata la risposta da parte dei lavoratori, dall'altro, però, si evidenziano difficoltà nei confronti del personale già impiegato presso un datore di lavoro privato.

Numerosi sono i casi in cui il datore di lavoro privato, a seguito di dimissioni presentate dal lavoratore, ha trattenuto, ingiustamente, il mancato preavviso.

Le ordinanze regionali, però, risultano chiare sul punto affermando che, in tali casi, i lavoratori sono esonerati dal rispetto del termine di preavviso.

Di nostro interesse è l'ordinanza della Regione Toscana n.108 del 13 novembre 2020.

La predetta ordinanza, oltre a disciplinare le modalità di assunzione del personale covid, prevede che: “Gli operatori sanitari e socio-sanitari che risponderanno alle chiamate in via d’urgenza, rispetto ai quali non sia praticabile il differimento nell’ingresso in servizio di cui al precedente punto 4 c) in ragione di un’urgenza oggettivamente non comprimibile ovvero che abbiano termini di preavviso per la cessazione del rapporto di lavoro superiore al mese, sono esonerati dal rispetto del termine di preavviso normativamente previsto, in analogia con quanto già disposto da altre Regioni”.

Il dato normativo, seppur certo, nella pratica non risulta attuato con la conseguenza che molti lavoratori,  disponibili ad assumere l'incarico in via d'urgenza, non potendo rispettare i termini contrattuali a causa dell'emergenza sanitaria, sono stati privati di ciò che la normativa emergenziale prevede.

Tale comportamento, oltre a creare un danno economico, manifesta l'integrazione di una appropriazione indebita che non trova alcun fondamento né nelle norme né nei provvedimenti e disposizioni e regolamentazioni regionali.

Lo Studio Legale Cavalletti sta affrontando tali problematiche al fine di tutelare i diritti dei lavoratori ed ottenere, nel rispetto della normativa vigente, il riconoscimento di quanto previsto.

                                                                                                                                                                                                                                                                                      

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Licenziamento nullo se in frode alla legge. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 29007 del 17.12.2020).

Licenziamento nullo se in frode alla legge. ( ..[..]

  • Data: 14 Gennaio

 

Un lavoratore veniva licenziato per giustificato motivo oggettivo per chiusura aziendale della sede presso la quale era adibito.

Il lavoratore impugnava il licenziamento giudizialmente rilevando che, a seguito di reintegra disposta dal Tribunale in merito ad un precedente recesso intimogli per giusta causa, il datore di lavoro aveva disposto il trasferimento presso altra sede dove era in atto una procedura di riduzione del personale.

La Corte di Appello competente accoglieva la domanda del lavoratore perchè il licenziamento era stato intimato in frode alla legge.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale affermava che il concetto di frode alla legge riguarda tutti gli atti unilaterali emessi dal datore di lavoro.

Secondo la pronuncia il negozio posto in essere è in frode alla legge quando non realizzi una causa tipica o comunque meritevole di tutela ex art 1322 c.c. ma una causa illecita volta a violare la legge.

In base a quanto sopra rientra nell'ipotesi descritta la condotta del datore di lavoro che trasferisce il lavoratore presso una sede dove intende avviare una procedura di riduzione del personale. Circostanza verificatasi nel caso di specie.

In definitiva la Suprema Corte rigettava il ricorso proposto dalla società e confermava la nullità del recesso irrogato dalla stessa

                                                                                                                                                                                                                                                                                                

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