Diritto del Lavoro

E’ illegittimo, in quanto non proporzionale, il licenziamento irrogato al lavoratore che ha comunicato la sua assenza dal servizio solo mediante un SMS ad un collega (Corte di Cassazione ordinanza n. 25286 del 24.08.2022).

E' illegittimo, in quanto non proporzionale [..]

  • Data: 21 Novembre

 

Il caso concerne un lavoratore che aveva inviato un messaggio ad un suo collega per comunicare la assenza dal lavoro e ritardava nell’inviare il certificato di malattia.

Chiamato a giustificare tale aspetto il lavoratore aveva riferito che l’eventuale problematica relativa alla consegna del messaggio era da ascrivere a problemi informatici e non alla sua responsabilità.

La Corte di Appello, nel procedere al giudizio di proporzionalità della sanzione irrogatagli, aveva ritenuto la condotta del lavoratore non grave da giustificare il licenziamento dichiarandone quindi illegittimo il recesso.

La società datrice di lavoro ricorreva in Cassazione ritenendo palese la violazione degli art. 173, 222 e 225 del CCNL nella specie applicabile, vale a dire il CCNL Commercio per i dipendenti da aziende del terziario della distribuzione e dei servizi.

La Corte di Cassazione respinge il ricorso affermando che il giudizio in ordine alla gravità e proporzione della sanzione espulsiva adottata "sono demandati all'apprezzamento del giudice di merito, che - anche qualora riscontri l'astratta corrispondenza dell'infrazione contestata alla fattispecie tipizzata contrattualmente - è tenuto a valutare la legittimità e congruità della sanzione inflitta, tenendo conto di ogni aspetto concreto della vicenda, con giudizio che, se sorretto, come nella specie, da adeguata e logica motivazione, è incensurabile in sede di legittimità".

 

Commento Avv. Carlo Cavalletti

Iscritto alle difese della Corte di Cassazione

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Riders: evoluzione giurisprudenziale verso il riconoscimento della natura subordinata del rapporto di lavoro.

Riders: evoluzione giurisprudenziale  [..]

  • Data: 21 Novembre

 

Ormai sono molteplici le sentenze dei Tribunali che riconoscono la natura subordinata dei riders nel loro effettivo svolgimento delle mansioni richieste.

E così risulta emblematica e degna di nota la sentenza del Tribunale di Milano, emessa in data 20 aprile 2022, n. 1018  in cui il lavoratore aveva un contratto denominato “di lavoro autonomo” stabilisce in primis come al riders non sussiste alcuna autonomia organizzativa nella propria attività che invece viene espressa dalla piattaforma della datrice.

Ed infatti la medesima piattaforma stabilisce orari, consegne e persino le modalità tanto da escludere qualsivoglia decisione da parte del lavoratore.
Il giudice precisa che sulla qualificazione del rapporto di lavoro dei riders, sono intervenute la dottrina, la giurisprudenza di merito e soprattutto la Cassazione che, “con la sentenza n. 1663/2020, in funzione nomofilattica, ha fatto luce su alcuni punti nodali”. Sicché, nella motivazione, vengono passaggi della decisione della Suprema Corte  in cui stabilisce che la prestazione del rider possa essere ricondotta nell’ambito della fattispecie del lavoro subordinato poiché spetta al giudice il compito di qualificare un determinato rapporto di lavoro, e quindi di ricondurre la fattispecie concreta entro la fattispecie astratta, tenendo conto appunto delle caratteristiche dell’attività dedotta.
Tale motivazione era già stata utilizzata dal Tribunale di Palermo, sentenza 24 novembre 2020, e seguita anche dal Tribunale di Torino con la sentenza del 18 novembre 2021 che ha adottato una soluzione analoga a favore della subordinazione.

Quindi le tre sentenza emesse dai Tribunali di Palermo, Torino e infine Milano seguono lo stesso orientamento e le stesse motivazioni.

In tal contesto il Tribunale di Milano, previa analisi delle prove, stabilisce  “la prestazione attorea risultasse completamente organizzata dall’esterno con un’incidenza diretta sulle modalità di esecuzione, sui tempi e suoi luoghi, atteso che: l’accesso alle fasce orarie di prenotazione non era libero, ma era condizionato dal punteggio posseduto dal rider, secondo gli indici di prenotazione” e “il rider veniva penalizzato con decurtazione del punteggio per il ritardo (superiore a 15 minuti) nel login nella sessione prenotata.

Il lavoratore, per essere selezionato dall’algoritmo e ricevere la proposta, doveva trovarsi nelle vicinanze del locale da cui deve essere ritirata la merce; la piattaforma indicava al rider dove recarsi per ritirare il prodotto e dove consegnarlo; quindi tramite il sistema di geolocalizzazione, la piattaforma controllava la posizione del rider durante tutto lo svolgimento dell’attività lavorativa”.
Palese la ricostruzione del potere organizzativo, di controllo e disciplinare in capo al datore rientrante nella previsione ex art. 2094, ma non solo tale aspetto fonda la decisione.

Ed infatti la società convenuta aveva formulato eccezione secondo cui non ci sarebbe alcun obbligo da parte del lavoratore di eseguire la prestazione in quanto lo stesso sarebbe stato libero di accettare o meno la proposta di consegna e su tale singolo aspetto alcune sentenze hanno rigettato la domanda.

 Il Tribunale di Milano, così motiva: “la facoltà di rifiutare la singola prestazione non integra un elemento di incompatibilità rispetto alla subordinazione”. E “ciò sia perché il lavoro subordinato può afferire ad una singola prestazione (si pensi al lavoro agricolo a giornata, secondo le disponibilità del lavoratore, oppure al lavoro a chiamata, che resta comunque una forma speciale di lavoro subordinato”.

Il giudice richiama, nel dettaglio, la Corte di Cassazione, secondo cui “ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro subordinato, non presenta significato determinante la circostanza che il collaboratore sia libero o meno di accettare se svolgere la prestazione trattandosi di elemento non rilevante per la natura del rapporto”.

Pur tuttavia tale ultimo aspetto, in merito all’accoglimento della domanda, l’autorità stabilisce che “del resto, con riguardo alla presente fattispecie, si è propensi a dubitare dell’effettiva libertà del rider” e tale nodo era stato risolto in maniera analoga dal Tribunale di Torino e di Palermo stante il sistema di accesso alle fasce, le recensioni, il sistema di geolocalizzazione.

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Il Tribunale afferma che “nel sistema di prenotazione dei turni settimanali, solo i lavoratori che hanno ottenuto un punteggio massimo possono accedere alla finestra di prenotazione delle ore 11.00 e scegliere tra tutti i turni disponibili nella settimana”.

Nel dettaglio “chi presenta indici inferiori, può accedere solo alle finestre di prenotazione successive (delle ore 15.00 e delle ore 17.00), quando molti turni sono stati già prenotati, e ha quindi un ambito di selezione più ridotto: il che incide non poco sulla libertà di determinare la fascia oraria (il quando) di svolgimento dell’attività”…….“questo meccanismo di classificazione finisce verosimilmente per indurre il rider ad effettuare (e tempestivamente) il login nelle sessioni prenotate (per evitare di perdere punti ‘affidabilità’) e a rendersi disponibile nelle sessioni che la datrice ha indicato come più rilevanti (per soddisfare l’indice di ‘partecipazione durante le sessioni con maggiore richiesta di lavoro’), così limitando la sua (apparente) libertà di decidere l’an e il quando della prestazione”.
E così il Giudice, nelle modalità operative, verifica come “la decurtazione del punteggio, allora, non solo si configura come espressione di un potere disciplinare (sanzionando un rendimento del lavoratore inferiore alle sue potenzialità con il divieto di accesso alla finestra di prenotazione delle ore 11.00 e, quindi riducendo la possibilità di lavorare a condizioni migliori o più vantaggiose ); ma, avuto riguardo anche alle suggerite possibili influenze sulle future prestazioni si appalesa anche quale manifestazione di un più generale potere direttivo: se il datore stabilisce che l’unico modo per prenotare sessioni di lavoro più comode e vantaggiose è di adottare determinati comportamenti prestazionali che garantiscano di raggiungere il massimo di punteggio, quei comportamenti risultano di fatto etero-diretti (se non addirittura imposti dal datore)”.

In sintesi la subordinazione è stata stabilita tramite la valutazione di elementi di fatto appartenenti alla tecnologia e al suo algoritmo che non possono sfuggire alla valutazione dei giudici che sembrano uniformarsi alla valutazione subordinata del riders.


Commento Avv. Carlo Cavalletti

iscritto alle difese della Corte di Cassazione

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“E’ nullo il precetto nella misura in cui richiede al debitore somme non dovute” (sentenza Tribunale di Pisa – sezione Lavoro – rg. 1264 anno 2019).

E’ nullo il precetto nella misura in cui richiede al debitore [..]

  • Data: 26 Ottobre

 

La sentenza oggetto del commento è stata resa all’interno di una causa di lavoro, relativa al ricorso in opposizione ad un atto di precetto in quanto contenente voci di addebito illegittime.

La presente causa si inserisce nel più ampio discorso sull’esecuzione forzata del debitore e sulle autoliquidazioni contenute sia negli atti che danno avvio all’esecuzione forzata sia in quelli che lo precedono e la legittimità o meno della loro deduzione in un atto di precetto in rinnovazione.

MASSIMA: è nullo il precetto nella misura in richieda al debitore spese legali dovute a precetti precedenti e procedure esecutive negative.

MASSIMA 2: restano a carico del creditore procedente le spese dell’azione esecutiva negativa.

Per comprendere meglio la vicenda occorrerà riassumere brevemente i fatti per cui era causa: il Sig. Tizio otteneva D.I. contro la società Caio, notificava dunque alla suddetta società un primo atto di precetto, seguito da una prima esecuzione mobiliare, la quale non veniva però coltivata, dichiarandosi il debitore disposto a saldare il dovuto, versando subito un acconto. Parte debitrice saldava interamente il capitale di cui al D.I.; Tizio esperiva allora ulteriore pignoramento mobiliare che dava esito negativo, in quando il debitore dichiarava di aver pagato il dovuto, in seguito a ciò Tizio notificava atto di precetto in rinnovazione, in cui venivano addebitate alla società Caio, tra le altre voci, i costi delle due azioni esecutive non coltivate e del primo atto di precetto.

Il Giudice del Lavoro, accogliendo l’opposizione della società Caio e la difesa dell’avv. Carlo Cavalletti, dichiarando nullo l’atto di precetto intimato nei termini che seguono e condannando controparte a sostenere le spese di giudizio.

La questione della pluralità di precetti e delle relative voci di addebito è stata al centro di molte pronunce della Suprema Corte, tutte orientate secondo una legittimità di tale reiterazione e di apertura di più procedure esecutive su di un medesimo bene in tempi diversi, ciò per il fatto che il diritto del creditore si estingue solo col completo soddisfacimento portato dal titolo esecutivo.

Tale procedura di reiterazione del precetto si giustifica nella misura in cui “…non comporti un ingiustificato incremento delle spese precettate, con la richiesta di quelle dei precedenti, se non altro quando non altrimenti giustificabili… In sostanza, libero è il creditore, fino al pagamento integrale del credito, di intimare tanti precetti quanti reputi necessari (e solo, per quanto visto, per l'importo complessivo del credito, non potendo egli frazionarne l'esecuzione), purchè non chieda, in quelli successivi, le spese (ed i compensi e gli accessori) per i precetti precedenti; ove invece, col precetto successivo o reiterato, intimasse anche il pagamento delle spese dei precetti precedenti, l'ultimo sarebbe si illegittimo, ma solo ed esclusivamente quanto a queste ultime, sicchè non potrebbe essere dichiarato invalido nella sua interezza” (Cass. 19876/2013).

La nullità travolge dunque non l’intero atto di precetto, bensì le sole somme ingiustificatamente richieste, nel caso di specie le somme relative al primo atto di precetto, in quanto non fondate sul titolo azionato e costituendo una duplicazione degli oneri legali del primo atto notificato. L’atto mantiene, tuttavia, la sua efficacia per tutte quegli importi che possono essere debitamente richiesti, nel caso di specie sarebbero state dovute le spese per la seconda notifica dell’atto di precetto, qualora fossero state richieste.

La pronuncia del Giudice del Lavoro di Pisa investe anche un altro, interessante tema, ovvero la ripetibilità o meno delle spese dell’esecuzione in caso di incapienza della stessa.

Il Giudice, così come la Suprema Corte, decidono per la non ripetibilità delle stesse.

Tale tesi ha infatti origini risalenti al giurista Redenti, secondo la cui teoria il diritto alla restituzione delle spese di esproprio del creditore sul debitore avrebbe natura eminentemente endoprocedimentale al procedimento di esecuzione forzata, la ratio di tale previsione si ritrova nella necessità di non gravare ulteriormente il debitore attraverso un circolo vizioso di azioni esecutive incapienti che diano adito ad una nuova azione esecutiva a recupero delle spese delle precedenti azioni esecutive.

Allo stesso modo la Suprema Corte statuisce la non ripetibilità delle somme anticipate dai creditori procedenti in caso di pignoramento negativo affermando che “L'art. 95 cod. proc. civ., nel porre a carico del debitore esecutato le spese sostenute dal creditore procedente e da quelli intervenuti che partecipano utilmente alla distribuzione, presuppone che il processo esecutivo sia iniziato con il pignoramento eseguito dall'ufficiale giudiziario; tale disposizione, pertanto, non può trovare applicazione in caso di pignoramento negativo e di mancato inizio dell'espropriazione forzata, con la conseguenza che, divenuto inefficace il precetto per decorso del termine di novanta giorni, le spese di questo restano a carico dell'intimante in forza del combinato disposto degli artt. 310 e 632, ultimo comma, cod. proc. civ., secondo cui le spese del processo estinto restano a carico delle parti che le hanno anticipate.

In base alla medesima linea di la Suprema Corte ha affermato, inoltre, che l’assegnazione e/o distribuzione di somme a titolo di capitale interessi e spese, effettuata dal giudice dell’esecuzione ha valore meramente strumentale, per cui anche “il provvedimento di liquidazione delle spese dell'esecuzione, in tal caso ammissibile, implica un accertamento meramente strumentale alla distribuzione o assegnazione stessa, privo di forza esecutiva e di giudicato al di fuori del processo in cui è stato adottato” (Cass. 24571/2018).

La sentenza in oggetto, dunque, collocandosi nel solco interpretativo della Corte di Cassazione, stabilisce l’irripetibilità delle somme anticipate per le procedure esecutive non coltivate e/o incapienti, così come la nullità delle intimazioni di precetto delle spese relative a precedenti precetti.

 

Avv. Carlo Cavalletti

abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Spetta al datore di lavoro dimostrare che il lavoratore – nello svol-gere attività extralavorativa – ha ritardato la guarigione (Corte di Cassazione, sezione lavoro, n. 13063 anno 20022)

Spetta al datore di lavoro dimostrare [..]

  • Data:17 Maggio

 

La Corte di Cassazione con  sentenza n. 13063 del 26 Aprile del 2022 conferma che nel nostro ordinamento non esiste un divieto assoluto per il dipendente, assente per malattia, di prestare altra attività lavorativa (anche a favore di terzi o di tipo ludico) e pertanto in tal ipotesi  non si può integrare una ipotesi di licenziamento per giusta causa in quanto lo svolgimento di tale attività non costituisce di per sé inadempimento degli obblighi contrattuali.

Il caso riguardava un lavoratore che impugnava il licenziamento irrigatogli per aver svolto ulteriore attività lavorativa durante il congedo per malattia e che per tale ragione risultava assente per ben otto volte alle visite domiciliari.

Sul punto vi erano stati già precedenti come quello della Corte di Appello di Milano che, con sentenza n. 834/2019, aveva annullato il licenziamento irrogato al lavoratore ritenendo che l’asserita “simulazione della malattia" fosse stata smentita dalla documentazione medica prodotta aggiungendo che il datore di lavoro non aveva provato che la condotta del dipendente aveva pregiudicato e rallentato la guarigione. Precisava poi la Corte di Milano che le assenze ripetute alle visite domiciliari dovevano intendersi come “mancata comunicazione di diverso domicilio” da parte del lavoratore. Pertanto condannava il datore di lavoro alla reintegrazione del dipendente e al risarcimento del danno.

La questione arriva al vaglio della Corte di Cassazione che appunto confermava nell’aprile del corrente anno la posizione assunta dalla Corte d’Appello e ne rigettava il ricorso.

Come sopra anticipato la Suprema Corte fa riferimento ad una serie di principi già consolidati nel nostro ordinamento giuridico secondo i quali appunto lo svolgimento di altra attività lavorativa durante il periodo di congedo per malattia non può di per integrare un’ipotesi di licenziamento per giusta causa in quanto lo svolgimento di altre attività costituisce invece espressione di diritti del lavoratore. Ovviamente anche durante la sospensione dell’attività lavorativa per malattia permangono in capo al lavoratore tutti gli obblighi inerenti lo svolgimento della prestazione compresi la correttezza e la buona fede, sicché il lavoratore deve astenersi dal porre in essere comportamenti che potrebbero ledere l’interesse del datore di lavoro alla corretta esecuzione dell'obbligazione principale dedotta nel contratto.

La questione va pertanto risolta sul piano del riparto dell’onore probatorio: il datore di lavoro deve provare l’esistenza della giusta causa o del giustificato motivo di licenziamento e quindi nel caso di specie avrebbe dovuto provare che la malattia era simulata, o che la diversa attività svolta fosse potenzialmente idonea a pregiudicare o a ritardare il rientro in servizio del dipendente.

Solo in tal modo non potrà realizzarsi una surrettizia inversione dell’onere probatorio stabilito per legge in caso di licenziamento.


Commento Avv. Carlo Cavalletti

abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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