Diritto Condominiale

Riqualificazione del rapporto di lavoro e onere probatorio (Tribunale di Pisa- Sezione Lavoro sentenza del 15.10.2020)

Riqualificazione del rapporto di lavoro e onere probatorio  ..[..]

  • Data: 27 Ottobre

 

La vicenda in esame nasceva a seguito di giudizio promosso, dinanzi al Tribunale di Pisa, Sezione Lavoro, dove lo Studio Legale Cavalletti assumeva la difesa di uno dei soggetti convenuti.

Il caso traeva origine dalla domanda promossa da una lavoratrice, assunta, con contratto di collaborazione occasionale, avente ad oggetto animazione di contatto e assistente bagnanti, da una società che si occupava di gestire un parco acquatico.

La ricorrente agiva in giudizio nei confronti della società, datrice di lavoro, nonché nei confronti della committente del servizio di animazione.

La ricorrente sosteneva di svolgere attività diverse rispetto a quelle concordate con il datore di lavoro e per ore ulteriori e diverse rispetto a quelle concordate.

In base a quanto affermato, chiedeva, pertanto, la condanna in solido dei convenuti al pagamento delle proprie spettanze a titolo di differenze retributive, straordinario, ferie, tredicesime, quattordicesima, rol e tfr.

Rimaneva contumace la società datrice di lavoro.

Resisteva in giudizio la ditta committente rappresentata e difesa dallo Studio Legale Cavalletti il quale chiedeva il rigetto della domanda stante l'infondatezza della stessa in punto di fatto e di diritto.

In primo luogo la difesa rilevava che la ricorrente non aveva mai richiesto, provato e documentato una diversa qualificazione del rapporto di lavoro neanche in sede di denuncia presso la ITL. Tale mancanza risultava, anche, nel ricorso promosso dove la ricorrente non chiedeva né l'accertamento né una diversa qualificazione del rapporto in questione.

Per quanto riguarda la posizione della ditta committente, la difesa dello Studio Cavalletti riteneva non operante la solidarietà invocata dalla ricorrente nonché la decadenza dell'azione proposta nei confronti della committente.

La ricorrente chiedeva, infatti, la condanna in via solidale della ditta committente in virtù di un contratto di appalto esistente tra le due società convenute.

La difesa contestava quanto asserito e rilevava la mancanza di allegazione e prova da parte della ricorrente in relazione al lavoro svolto in appalto. Nello specifico non risultava allegato né il contratto di appalto né risultava la prova che la ricorrente fosse stata addetta ad attività lavorative in esecuzione del predetto contratto di appalto. Veniva, altresì, eccepita la decadenza biennale del diritto preteso ai sensi dell'art 29 del d.lgs n. 276/2003.

A seguito di discussione orale e camera di consiglio, il Giudice dava lettura del dispositivo  e della motivazione.

Nella decisione il Giudice rilevava l'assenza di qualsiasi richiesta in merito all'accertamento della natura subordinata del rapporto sia nell'atto introduttivo che nella parte performativa del ricorso.

In virtù della “totale assenza di richieste e di argomentazioni giuridiche in punto di qualificazione del rapporto” rigettava il ricorso e condannava parte ricorrente al pagamento, in favore della ditta committente, delle spese di lite, oltre accessori come per legge.

Commento dall' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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E' illegittimo il licenziamento se a seguito del superamento del periodo di comporto il lavoratore continua la malattia con le ferie (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 19062 del 14 settembre 2020).

E' illegittimo il licenziamento se a seguito ..[..]

  • Data:01 Ottobre

 

La vicenda riguardava una lavoratrice la quale veniva licenziata a seguito del superamento del periodo di comporto.

Nello specifico la dipendente, rimasta in malattia fino all'esaurimento del predetto periodo, poco prima della fine del termine, chiedeva un periodo di ferie pari a 20 giorni.

La concessione di tale periodo di ferie evitava il superamento del periodo di comporto.

Il datore di lavoro, a fronte della richiesta, concedeva alla stessa solo un giorno, pertanto, le successive assenze, essendo prive di giustificazione, comportavano il licenziamento per giusta causa.

La lavoratrice, a seguito di sentenza confermativa di licenziamento, adiva la Suprema Corte.

La ricorrente deduceva che, a fronte della richiesta di ferie, da parte del lavoratore in malattia e prima del superamento del periodo di comporto, il datore di lavoro,  in assenza di obiettive ragioni organizzative e produttive, deve concederle.

La Suprema Corte, ritenendo corrette le motivazioni addotte dalla ricorrente, cassava la decisione con rinvio e ribadiva i principi consolidati in materia in base ai quali: “il lavoratore assente per malattia ha facoltà di domandare la fruizione delle ferie maturate e non godute, allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto, non sussistendo una incompatibilità assoluta tra malattia e ferie, senza che a tale facoltà corrisponda comunque un obbligo del datore di lavoro di accedere alla richiesta, ove ricorrano ragioni organizzative di natura ostativa”.

Le ragioni ostative devono essere concrete ed effettive, in caso contrario il licenziamento sarà illegittimo.

Nel caso di specie, il datore di lavoro non aveva dedotto nulla in merito, di conseguenza il licenziamento in questione risultava illegittimo.

 

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Comunione legale: l'ex coniuge ha diritto al 50% del ricavato della vendita(Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 18156 del 1 settembre 2020)

Comunione legale: l'ex coniuge ha diritto al 50% del ricavato ..[..]

  • Data:19 Settembre

 

Il caso riguardava due coniugi, proprietari comuni di strumenti finanziari acquistati in regime di comunione legale ed alienati solo dal marito.

Il Tribunale definiva la lite fra gli ex coniugi riconoscendo all'ex moglie la metà del ricavato della liquidazione effettuata dall'ex marito.

La pronuncia veniva confermata anche in sede di appello.

L'uomo sosteneva il carattere personale dell'acquisto affermando di aver provveduto con capitali propri depositati all'estero e rimpatriati tramite scudo fiscale.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove l'uomo proponeva ricorso.

Il ricorrente lamentava violazione e falsa applicazione dell'art 112 c.p.c. in relazione all'art 360, comma , n. 4 c.p.c. A parere del ricorrente, l'ex moglie aveva chiesto la ricostruzione dello stato di comunione legale o, in caso di impossibilità, la condanna dell'ex coniuge al pagamento dell'equivalente in denaro secondo i valori correnti al momento della ricostituzione. Evidenziava, altresì, che, solo in sede di precisazione delle conclusioni, l'ex moglie aveva chiesto la condanna al pagamento diretto della metà del valore dei titoli.

Gli Ermellini ritenendo il motivo non fondato rigettavano il ricorso.

La Corte, infatti, affermava che il fatto che la comunione legale fosse cessata in corso di causa non aveva comportato, automaticamente, la cessazione della proprietà comune dei coniugi e l'impossibilità di eseguire la prestazione in favore della comunione trasformatasi in ordinaria.

In sostanza, anche a seguito dello scioglimento del regime legale, la contitolarità permaneva fino alla divisione.

Pertanto la decisione di accogliere la domanda con pagamento diretto al coniuge nei limiti della quota non ha integrato alcuna violazione processuale.

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Lo svolgimento di mansioni inferiori non equivale ad acquiescenza da parte del lavoratore (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 16594 del 3 agosto 2020).

Lo svolgimento di mansioni inferiori non equivale ..[..]

  • Data:19 Settembre

 

Una lavoratrice agiva in giudizio al fine di ottenere il risarcimento del danno da dequalificazione professionale subita.

La ricorrente rilevava che, nel periodo oggetto di contestazione, la stessa, pur essendo inquadrata nel ccnl di riferimento, era stata adibita a mere mansioni materiali di riordino e sistemazione.

La società, datrice di lavoro, contestava quanto sostenuto dalla lavoratrice e, a sostegno della propria difesa, evidenziava l'intervenuta acquiescenza da parte della lavoratrice al provvedimento datoriale.

Per il datore di lavoro, infatti, la dipendente aveva fatto trascorrere un lungo lasso di tempo prima di impugnare la nuova assegnazione.

La Suprema Corte, però, riteneva il motivo non meritevole di accoglimento e, pertanto, rigettava il ricorso confermando la condanna della società al risarcimento del danno da demansionamento nei confronti della lavoratrice.

Gli Ermellini, infatti, ribadivano che l'acquiescenza tacita è configurabile solo in presenza di un comportamento inequivocabilmente incompatibile con la volontà del lavoratore di impugnare il provvedimento.

A parere della Corte, non risultano sufficienti né la mera tolleranza manifestata dal lavoratore né, nell'immediato, il compimento di atti necessari ed opportuni nei confronti del provvedimento.

Tali comportamenti non escludono, comunque, che il soggetto sia interessato ad agire al fine di eliminare gli effetti del provvedimento in questione.

 

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