Diritto Civile

“E’ nulla la notifica del verbale effettuata alla PEC aziendale quando il veicolo è usato per scopi privati” (sentenza Giudice di Pace di Pisa – rg. 2151 anno 2021).

E' nulla la notifica del verbale effettuata... [..]

  • Data: 29 Dicembre

 

La sentenza oggetto del commento è stata resa all’interno di una causa di opposizione a sanzione amministrativa in quanto notificata alla PEC professionale dell’opponente.

MASSIMA: è nulla la notifica di una multa elevata ad una persona fisica alla guida di un mezzo a lei intestato se effettuata all’indirizzo PEC aziendale della stessa

MASSIMA 2: è nulla la multa notificata ad un professionista all’indirizzo PEC fornito all’albo professionale di cui lo stesso fa parte.

Per comprendere meglio la vicenda occorrerà riassumere brevemente i fatti per cui era causa: il Comune di X notificava verbale XXXXX alla sig.ra Mevia poiché “in data 17.08.2021 l’obbligato in solido proprietario del veicolo AUTOVEICOLO targa XX 123 YY ha violato l’articolo 126/bis c.2 del C.d.s. poiché senza giustificato e documentato motivo non ottemperava all’invito di fornire informazioni sui dati personali e sulla patente di guida di colui che in data 10/06/2021 alle ore 09:27 conduceva il veicolo targa XX 123 YY, per violazione art. 146 notificato alla S.V. in data 17.06.2021 con verbale n. ZZZZZ. La violazione non è stata immediatamente contestata causa: infrazione accertata in ufficio, per cui si procede a notificazione a norma dell’art. 201 del D.Lgs 285/92”.

La sig.ra Mevia, non avendo contezza della sanzione di cui al verbale n. ZZZZZ richiamata, provvedeva a contattare la Polizia Municipale competente, che la metteva al corrente del fatto che tale sanzione era stata notificata alla PEC aziendale della ricorrente.

La sig.ra Mevia proponeva allora ricorso per l’annullamento della multa, poiché questa è stata notificata all’indirizzo PEC aziendale della stessa, mentre il verbale faceva riferimento ad un autoveicolo a lei intestato come persona fisica e da lei utilizzato, al momento della multa, per fini privati e non aziendali.

La questione della notifica di un verbale di accertamento di violazione al codice della strada a mezzo PEC ad una persona fisica che sia anche titolare di un indirizzo di posta elettronica certificata aziendale è stata al centro di una serie di circolari del Ministero dell’Interno e di pronunce del Garante della Privacy che hanno definito un quadro sufficientemente preciso della normativa sulla notifica di tali atti.

Il Ministero dell’interno, infatti, con una prima circolare del 2018, la 300/A/1500/18/127/9, aveva fornito indicazioni alle Pubbliche Autorità per cui i verbali di accertamento delle sanzioni amministrative potevano essere portati a conoscenza dei soggetti tramite l’invio della sanzione alla PEC dichiarata dagli stessi in sede di verbale e, qualora ve ne fosse la necessità, estrapolando la PEC associata al  codice fiscale dell’interessato, ricorrendo a banche dati come INIPEC e Registro Imprese.

A seguito di tali indicazioni si è espresso il Garante della Privacy, affermando che nel caso in cui si notifichi una multa ad una PEC così reperita vanno adottate particolari precauzioni, qualora l’intestatario del veicolo multato sia la persona fisica e non giuridica.

In tal caso, infatti, il veicolo può essere utilizzato dalla persona fisica per motivi privati e non connessi con l’attività svolta, così stando le cose la notifica via PEC della sanzione costituirebbe illecita comunicazione di dati personali ai terzi che, per motivi aziendali, possono avere accesso alla PEC estratta.

Non solo, in tal caso viene meno anche la valenza della notifica del verbale, in quanto la tempestività della contestazione risponde alla “ratio” di porre il destinatario in condizione di difendersi, considerato che il trascorrere del tempo rende evanescenti i ricordi (Cassazione Civile, sez. VI, 11/04/2016, n. 7003): la notifica effettuata ad un indirizzo aziendale, per una sanzione riferita ad un privato, non necessariamente raggiunge il destinatario, potendo ben darsi la circostanza per cui l’indirizzo PEC in questione sia consultabile liberamente da più persone appartenenti all’organizzazione.

Tali conclusioni del Garante sono state dapprima recepite in una nuova circolare ministeriale, la n. 300/A/4027/20/127/9 del 2020, dichiarando, tra le altre cose, illegittima la pratica del reperimento massiccio di indirizzi PEC dalle summenzionate banche dati.

Un successivo intervento del garante ha, inoltre, esteso tali considerazioni agli indirizzi PEC professionali: in tali casi infatti è necessario valutare se l’indirizzo PEC viene utilizzato per scopi personali oppure se alla stessa possano accedere anche altre persone, come normalmente accade con gli indirizzi PEC comunicati agli albi professionali.

Non potendo risolvere a priori tale problematica il garante ha concluso per la necessità di ricorrere alla notifica cartacea della multa elevata.

Ciò poiché l’indirizzo PEC aziendale può essere consultato anche dai persone terze rispetto al destinatario, tali conclusioni sono state recepite dal Ministero dell’Interno nelle circolari n. 300/STRAD/2/0000007898.E/2021 e 300/STRAD/1 /00000 I 0060.U/2021.

Sulla scorta di tali considerazioni il Giudice di Pace di Pisa sanciva la nullità insanabile del verbale ZZZZZ, in quanto la notifica non raggiungeva lo scopo prefissato e, di conseguenza, la nullità del verbale XXXXX, in quanto il ricorrente non poteva essere a conoscenza dell’obbligo di fornire i dati di chi conduceva il veicolo il giorno dell’accertamento del verbale ZZZZZ.

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Commento Avv. Carlo Cavalletti

Iscritto alle difese della Corte di Cassazione

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Il criterio di imputazione della responsabilità per danni da cose in custodia di cui all’art.2051cc ha natura oggettiva posto che risulta sufficiente,ai fini della prova dell’attore,la sussitenza del nesso tra la res e il danno(Trib.Pisa 933/2022)

Il criterio di imputazione della responsabilità per danni da cose in custodia [..]

  • Data: 01 Settembre

 

Con la sentenza in commento il Tribunale di Pisa si è pronunciato,   in una causa relativa ad una richiesta di risarcimento a seguito di una caduta avvenuta durante l’attraversamento sulle strisce stradali da parte di un pedone in forza della quale il Comune convenuto è stato condannato a rifondere i danni biologici subiti.

Dopo aver esperito richiesta stragiudiziale, l’avv. Carlo Cavalletti conveniva l’ente proprietario dinanzi alla competente autorità giudiziaria invocando la disciplina prevista ex art. 2051 c.c.- rubricato “danno da cose in custodia” – riferendo peraltro che il tratto di strada percorso, seppur poco distante dall’abitazione di parte attrice, non era di sua conoscenza in quanto veniva effettuato solo con l’autovettura.

Il Tribunale, dopo aver svolto l’istruttoria e aver incaricato un medico per la valutazione dei danni, accoglieva le ragioni del pedone difeso dall’avv. Carlo Cavalletti esponendo in motivazioni argomentazioni di pregio che meritano di essere esposte.

Per quel che concerne l’inquadramento della resposnabilità il Giudice riferisce come la fattispecie in esame è sussumibile nell’alveo del paradigma normativo delineato dall’art. 2051 c.c., rubricato “danno cagionato da cose in custodia”, il quale, com’è noto, dopo avere previsto il principio per cui ciascuno è responsabile del danno causato dalle cose che ha in custodia, ha stabilito che il custode possa essere esonerato da responsabilità solamente nel caso in cui dia prova del caso fortuito. Ebbene, secondo un orientamento della Suprema Corte ormai consolidato, il criterio di imputazione della responsabilità per danni cagionati da cose in custodia di cui all’art. 2051 c.c. ha natura oggettiva, posto che risulta sufficiente, ai fini della sua configurazione, la prova, resa da parte dell’attore, della sussistenza del nesso eziologico tra la res in custodia ed il danno (Cass. Civ. Sez. III, 28.02.2019, n. 5808; Cass. Cav. Sez. III, 01.02.2018, n. 2482; Cass. Civ. Sez. III, 18.09.2015, n. 18317).

Pertanto, l’attore deve fornire la prova sia del rapporto di custodia, del nesso eziologico tra la cosa in custodia e l’evento dannoso (Cass. Civ., Sez. III, 13.12.2016, n. 25483), mentre incombe sul custode, al contrario, l’onere di dimostrare, non soltanto l’assenza dell’elemento psicologico della colpa, ma ance la prova positiva della causa esterna, il caso fortuito, costituito dal fatto materiale, naturale o del terzo, anche dello stesso danneggiato, caratterizzato da imprevedibilità, eccezionalità ed inevitabilità, sia completamente estranea alla sfera di controllo de custode, rimanendo a carico di quest’ultimo anche il danno derivante da causa ignota, ed idoneo ad eliminare il nesso eziologico tra la res e l’evento dannoso (Cass. Civ., Sez. III, 01.02.2018, n. 2477; Cass. Civ., Sez. III, 18.09.2015, n. 18317; Cass. Civ. Sez. Unn. 11.01.2008, n. 576).

L’attrice, sia tramite produzione documentale agli atti (rilievi fotografici di parte), sia tramite l’esaurita prova istruttoria, sia tramite l’espletata CTU medica e CTP tecnica di parte, ha dimostrato la sussistenza del nesso eziologico tra le condizioni del manto stradale, costituita, come detto, da una buca, di piccole dimensioni, coperta da aghi di pino collocata proprio sulle strisce e la propria rovinosa caduta, mentre parte convenuta non ha dato prova del caso fortuito quale evento idoneo ad interrompere il suddetto nesso causale tra l’evento dannoso e la caduta di parte attrice né è riuscita a dimostrare la sussistenza del concorso di colpa di parte avversaria in ordine alla causazione dell’infortunio occorsole.

È da ritenere priva di pregio l’asserzione del convenuto secondo cui la buca si trovava nella stessa via in cui risiede l’attrice e, pertanto, non poteva essere da lei non conosciuta, anche perché non c’era un percorso obbligato per cui si possa affermare che l’attrice avrebbe acquisito confidenza con lo stato dei luoghi, venendo a conoscenza delle insidie del terreno. È, pertanto, da escludere che la condotta dell’attrice, per i già suindicati motivi, sia inquadrabile nel paradigma normativo delineato dall’art. 1227 c.c., né l’odierno convenuto ha dato prova del caso fortuito tale da elidere il rapporto di causalità intercorrente tra il danno dell’attrice e l’anomalia del bene oggetto di custodia, essendo stato, quest’ultimo, non adeguatamente manutenuto. Conformemente alla giurisprudenza di legittimità, a carico dei proprietari o concessionari delle strade e delle autostrade, si configura la responsabilità di cose in custodia ai sensi dell’art. 2051 c.c..

L’articolo 14 del Codice della Strada prevede, inoltre, che gli enti proprietari, allo scopo di garantire sicurezza e fluidità della circolazione, sono tenuti a provvedere alla manutenzione, gestione, pulizia delle strade, delle loro pertinenze ed arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze, all’apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta.

Il custode è tenuto, dunque, a dimostrare che il danno si è verificato in maniera non prevedibile né superabile con lo sforzo diligente adeguato alle concrete circostanze del caso, deve, pertanto, provare di avere espletato ogni attività di controllo, manutenzione e vigilanza su di esso gravanti in forza di determinate disposizioni di legge, dell’art. 14 del Codice della Strada, e del principio di diritto del neminem laedere, e che il fatto dannoso si è realizzato da cause estrinseche poste in essere da terzi, non immediatamente riconoscibili e determinabili neppure con la diligente attività di manutenzione ovvero che abbia realizzato la potenzialità offensiva prima che, con la diligenza richiesta dallo specifico caso concreto, potesse essere possibile l’intervento riparatore del custode (Cass. Civ., Sez. VI – 3, 19.03.2018, n. 6703), ovvero quando, in ipotesi di tempestiva e non immediatamente prevedibile alterazione dello stato della strada e delle sue pertinenze, il fatto pregiudizievole si sia realizzato prima che l’ente proprietario abbia potuto eliminare, malgrado l’attività di controllo eseguita diligentemente, la straordinaria ed imprevedibile condizione di pericolo determinatasi (Cass. Civ. Sez. III, 10.06.2020, n. 11096; Cass. Civ. Sez. III, 07.05.2021, n. 12166).

Alla luce di tali motivazioni il Tribunale ha disposto la condanna del Comune al risarcimento del danno oltre al pagamento delle spese di consulenza e legali.

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Commento Avv. Carlo Cavalletti

abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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La disciplina ex art. 216 del D.L. 19 maggio 2020 n. 34 si applica ai contratti di locazione di palestre, piscine e impianti sportivi prevedendo inoltre la misura e la durata di detta riduzione (Tribunale di Pisa, sentenza n. 564 anno 2022).

La disciplina ex art. 216 del D.L. 19 maggio 2020 n. 34 si applica [..]

  • Data: 31 Agosto

 

Con la sentenza in commento il Tribunale di Pisa si è pronunciato  in una causa relativa ad una richiesta di riduzione di canone invocata da un centro estetico relativamente al periodo di chiusura durante il lockdown

In particolare la controparte, a sostegno dell’opposizione, eccepiva il mancato esperimento della procedura di mediazione obbligatoria e nel merito che non sussisteva a suo carico alcun inadempimento giacché essa aveva regolarmente pagato tutti i canoni di locazione da giugno 2020 in avanti. Invero, con riguardo ai canoni di locazione e accessori dei mesi interessati dal lockdown – di cui la locatrice chiedeva il pagamento non avendo a suo tempo accolto la proposta di riduzione del canone da essa esponente avanzata così contravvenendo al dovere di buona fede ex art. 1375 c.c. – rilevava come, anche alla luce degli orientamenti giurisprudenziali formatasi in materia, l’impossibilità sopravvenuta della prestazione della locatrice determinasse una causa di estinzione dell’obbligazione di pagamento dei canoni di locazione e accessori dei mesi interessati dal lockdown, ovvero, dovendosi ravvisare una impossibilità “parziale” temporanea e valorizzare un utilizzo alternativo “a deposito” dell'immobile, una corrispondente diminuzione dell’importo dei canoni medesimi.

E così la proprietà si rivolgeva allo Studio Legale Cavalletti, nella persona dell’avv. Irene Vannozzi, per richiedere le somme dovute tramite ingiunzione di pagamento rilevando riguardo alla proposta domanda riconvenzionale diretta ad ottenere la rideterminazione del canone di locazione da giungo 2020 a marzo 202 la inammissibilità della stessa in ragione della previsione di cui all’art. 418 c.p.c. eccependo il difetto di allegazione del fatto costitutivo volto a giustificare il diritto a veder rinegoziato il canone.

Del resto, a decorrere dal 25/5/2020 (data di riapertura pubblicata anche sulla pagina Facebook), in Toscana i centri estetici erano stati regolarmente aperti sino al 15/11/2020, quando, a seguito dell’ordinanza del Ministero della salute del 13 novembre 2020, avevano subito una ulteriore chiusura di durata limitata, e comunque parte opponente non aveva prodotto documentazione contabile a suffragio della richiesta di riduzione del 20% del canone di affitto e a dimostrazione della incapacità di provvedere al pagamento integrale dei canoni di locazione.

Al termine dell’istruttoria il Tribunale di Pisa, compiuta l’attività istruttoria, stabiliva come nel caso di specie secondo quanto emerge dagli atti, per un verso la proprietà non è rimasta indifferente alla situazione venutasi a creare in conseguenza dell’emergenza sanitaria proponendo una sospensione dei canoni da spalmare sulle mensilità successive una volta che le chiusure fossero terminate; e per altro verso parte opponente non ha offerto alcun elemento atto a dimostrare una compressione tale della propria attività da non poter far fronte neppure nel periodo successivo ai canoni pregressi non corrisposti. Del resto, la normativa speciale emanata nel corso della pandemia ha sì previsto l’obbligo della rinegoziazione con l’art. 216 del D.L. 19 maggio 2020 n. 34 ma limitatamente ai contratti di locazione di palestre, piscine e impianti sportivi prevedendo inoltre la misura e durata di detta riduzione e quindi deliberatamente circoscrivendo, il legislatore, l’obbligo di rinegoziare il canone di locazione alle sole palestre, piscine e impianti sportivi in genere.

Alla luce di tali motivazioni il Tribunale ha disposto la condanna al pagamento dei canoni oltre alle spese legali dell’avv. Irene Vannozzi.

                                                                                                                                                                                                                                                                                          

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Danno da vacanza rovinata: il tour operator risponde dei danni causati da animali lasciati nel villaggio” (Giudice di Pace di Pisa - sentenza n. 38 anno 2022).

Danno da vacanza rovinata [..]

  • Data:12 gennaio

 

Lo Studio Legale Cavalletti assumeva la difesa di una sig.ra che si era recata, dopo un anno di lavoro, in un villaggio a Zanzibar.

Non appena arrivata in loco la cliente – su richiesta dell’addetta – veniva invitata a vedere un lemore che la attaccava provocandole danni e la rovina della vacanza.

L’avv. Carlo Cavalletti scriveva al tour operator che negava ogni responsabilità per l’accaduto così da dover citare dinanzi al Giudice di Pace di Pisa – foro del consumatore – la società gestrice del villaggio.

In particolare la difesa sosteneva come in ossequio ai principi contenuti nella convenzione internazionale firmata a Bruxelles il 23 aprile 1970 - concernente il contratto di viaggio - alla quale l’Italia ha dato esecuzione con legge 27 dicembre 1977, n. 1084, l’organizzatore di viaggi turistici deve adottare tutte le misure idonee ad evitare danni a coloro che vi partecipino, sia quanto effettua personalmente i servizi di trasporto, alloggio e altri, connessi al soggiorno, sia quando affida ad altri l’esecuzione di tali servizi. In questo ambito la responsabilità dell’organizzatore del viaggio può cadere solo attraverso la dimostrazione della assoluta diligenza.

Ed ancora la difesa della cliente evidenziava come la Suprema Corte di Cassazione, Sezione Terza Civile, con sentenza n. 5189/2010 e sulla scorta della pronuncia più risalente nel tempo ha statuito che “in caso di mancato od inesatto adempimento dell’obbligazione assunta con la vendita del pacchetto turistico, l’organizzatore e il venditore sono tenuti al risarcimento del danno (secondo le rispettive responsabilità), salvo prova di impossibilità della prestazione per causa loro non imputabile, con l’ulteriore previsione che l’organizzatore/venditore che si avvale di altri prestatori di servizi è “comunque” tenuto a risarcire il danno sofferto dal consumatore salvo il diritto di rivalersi nei loro confronti”.

Il Giudice di Pace – con la sentenza che andiamo ad allegare – ritiene che l'art. 47 Codice del Turismo, stabilisce che "nel caso in cui l'inadempimento o inesatta esecuzione delle prestazioni che formano oggetto del pacchetto turistico non sia di scarsa importanza ai sensi dell'art. 1455 c.c. , il turista può chiedere, oltre e indipendentemente dalla risoluzione del contratto, un risarcimento del danno correlate al tempo di vacanza inutilmente trascorso ed all'irripetibilità dell'occasione perduta".

Nel nostro caso il giudizio sui superamento della soglia minima di lesione e implicito nella vicenda patita dall'attrice avuto riguardo alla causa in concreto - costituita dalla "finalità turistica", che qualifica il contratto "determinando l'essenzialità di tutte le attività e dei servizi strumentali alia realizzazione del preminente scopo vacanziero. La lesione prodotta dalla morsicatura dell'animale ha difatti impedito alla infortunata di godere appieno dei benefici della vacanza, influendo sui suo andamento. La liquidazione di siffatto danno va effettuata in via equitativa.

Pertanto – accolta la fondatezza – il Giudice condanna la società al risarcimento del danno oltre il rimborso delle spese legali.

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Commento Dott.sa Michelle Molinario

presso Studio Legale Cavalletti

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