Diritto Civile

Non ha diritto al mantenimento il coniuge che non dimostra di aver cercato una occupazione lavorativa. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 20866 del 21.07.2021).

Non ha diritto al mantenimento il coniuge che non [..]

  • Data:30 Luglio

 

La Suprema Corte, nel caso in esame, ritorna sul diritto al mantenimento nei confronti del coniuge che lascia il lavoro.

Il caso sorgeva a seguito di separazione dichiarata dal Tribunale.

In primo grado venivano, altresì, respinte le richieste di addebito reciproche, veniva disposto l'affidamento della figlia ad entrambi i coniugi e veniva stabilito a carico dell'uomo il versamento di circa 800 euro per la figlia ed euro 900 per la moglie.

In sede di appello veniva confermato il rigetto delle richieste di addebito reciproche e veniva ridotto l'importo dell'assegno di mantenimento nei confronti della moglie in considerazione della sua disoccupazione colpevole.

La donna ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove lamentava, tra le altre cose, la mancata considerazione delle sue concrete possibilità di svolgere attività lavorativa retribuita.

In merito alla contestazione sull'importo dell'assegno di mantenimento la Corte precisava che"una concreta attitudine al lavoro, capace di trovare un positivo riscontro sul mercato, possa rimanere non sfruttata a causa ella inerzia dello stesso richiedente l'assegno, con il risultato di addossare l'onere del suo mantenimento sul coniuge separato e occupato, in quanto un simile contegno inattivo si pone in contrasto con il reale contenuto del dovere di assistenza coniugale, comunque persistente in caso di separazione fino allo scioglimento del matrimonio."

Il coniuge che richiede il contributo di mantenimento deve dimostrare la non colpevolezza del suo stato lavorativo. Nel caso di specie tale condizione non risultava sussistente visto che la donna aveva la possibilità di lavorare.

In definitiva gli Ermellini affermavano che il riconoscimento ex art 156 c.c. dell'assegno di mantenimento, in quanto espressione del dovere di solidaristico di assistenza materiale, non può comprendere ciò che il richiedente è in grado di procurarsi da solo con l'ordinaria diligenza.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

Sottrazione di minore e responsabilità genitoriale. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 26439 del 12.07.2021).

Sottrazione di minore e responsabilità genitoriale [..]

  • Data:26 Luglio

 

Il Tribunale condannava un genitore, nello specifico la madre, per il reato di cui all'art 574 bis c.p. per aver sottratto il figlio minore conducendolo o trattenendolo all'estero contro la volontà dell'altro genitore.

La difesa della donna ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove evidenziava l'impatto della pronuncia della Corte Costituzionale n. 120 del 2020.

La pronuncia, infatti, dichiarava l'illegittimità della norma nella parte in cui prevedeva che, in caso di condanna nei confronti del genitore ex art 574 bis c.p. comma 3, la sospensione dell'esercizio della responsabilità genitoriale nei confronti del figlio minore sia automatica.

La Suprema Corte ha ritenuto il motivo fondato.

Nello specifico la Corte affermava l'illegittimità della norma che disponeva l'automatismo della pena accessoria in quanto incidente sul diritto del figlio a mantenere un rapporto con entrambi i genitori.

Pertanto la decisione del Tribunale, con la quale veniva disposta la sospensione della potestà genitoriale del genitore nei confronti del figlio, veniva annullata.

La Corte precisava, altresì, che, in sede di rinvio, la Corte di Appello dovrà verificare se, nel caso di specie, sia corrispondente all'interesse del figlio il fatto che il genitore, seppur responsabile del reato di sottrazione, venga sospeso dalla responsabilità genitoriale.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

Divisione in parti uguali per l'acquisto con denaro personale di bene in comunione. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 19799 del 12.07.2021).

Divisione in parti uguali per l'acquisto con denaro personale [..]

  • Data:24 Luglio

Un ex coniuge agiva in giudizio al fine di ottenere lo scioglimento della comunione e di divisione.

Il Tribunale in primo grado accoglieva la domanda di scioglimento della comunione ed assegnava l'intero immobile, adibito a casa coniugale, all'altro coniuge obbligandolo a corrispondere una somma a titolo di conguaglio.

La domanda riconvenzionale, spiegata in primo grado e volta ad ottenere la restituzione della metà della somma impiegata per ristrutturare l'immobile in costanza di matrimonio, veniva respinta. Trovava accoglimento, invece, la domanda volta ad ottenere la condanna al pagamento dell'indennità di occupazione per l'uso della cosa comune.

La decisione veniva impugnata dinanzi alla Corte di Appello competente.

In secondo grado la sentenza veniva riformata parzialmente e rigettata la richiesta di condanna di indennità di occupazione. Confermata la decisione per il resto.

La Corte precisava che i beni acquistati in regime di comunione cadono in comunione ed in sede di divisione vanno divisi in parti uguali anche nel caso in cui l'acquisto sia stato effettuato con denaro personale di uno dei due coniugi.

Inoltre, nel caso di specie, non vi era alcuna prova in merito.

La vicenda giungeva così dinanzi alla Suprema Corte.

Parte ricorrente lamentava violazione dell'art 720 c.c. nonché dell'art. 2721 c.c. per aver dichiarato inammissibile la testimonianza.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso e precisavano che la pronuncia risultava conforme al principio di diritto.

Inoltre corretta risultava anche l'applicazione dell'art 179 c.c. secondo il quale i beni acquistati dai coniugi cadono in comunione ed in sede di divisione vanno ripartiti in parti uguali.

Ciò anche nel caso in cui l'acquisto sia stato effettuato con denaro personale di uno dei due coniugi.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...

La coltivazione del fondo non è sufficiente per provare l'usucapione. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 19580 del 09.07.2021).

La coltivazione del fondo non è sufficiente [..]

  • Data:22 Luglio

Il caso sorgeva a seguito di ricorso proposto da due soggetti i quali affermavano di essere proprietari nonché di possedere da oltre 20 anni un terreno ed una strada sterrata.

A sostegno della loro tesi sostenevano di aver esercitato il possesso mediante la recinzione del fondo e di averlo destinato al pascolo per gli animali di loro proprietà.

Chiedevano, pertanto, la reintegra nel possesso del terreno in quanto controparte aveva apposto un cancello sulla strada di accesso e ricoverato degli animali nel terreno.

La domanda veniva respinta sia in primo grado che dinanzi alla Corte di Appello la quale condannava gli appellanti al pagamento delle spese processuali.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove parte soccombente proponeva ricorso.

Parte ricorrente lamentava violazione e falsa applicazione delle norme di diritto in relazione all'art. 360 comma 3 c.p.c.

La Corte avrebbe erroneamente rigettato l'azione di reintegra ex art 1168 c.c.

In particolare, secondo il giudice di secondo grado, i ricorrenti non avrebbero dimostrato il possesso ventennale del terreno in contestazione.

La Suprema Corte, ritenendo il motivo non fondato, rigettava il ricorso.

Gli Ermellini specificavano che il recente orientamento, il quale ha superato i precedenti difformi in materia, ritiene che, ai fini della prova degli elementi costitutivi dell'usucapione, la coltivazione del fondo non basta. Occorrono, infatti, oltre all'attività materiale, indizi univoci dai quali desumere che tale attività sia svolta uti dominus.

Nella pronuncia viene, altresì, precisato che l'accertamento corpus possessionis è accertamento di fatto che il giudice di merito deve operare caso per caso considerando l'attività di chi si ritiene possessore ed il modo in cui tale attività si correla con il comportamento del proprietario.

Per la Suprema Corte ha, correttamente, agito la Corte di Appello la quale, attraverso la disamina dei poteri di controllo ed ingerenza esercitati dal proprietario, è giunta ad un giudizio di fatto.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

Via R. Fucini, 49

56125 Pisa

Tel: 050540471

Fax. 050542616

www.studiolegalecavalletti.it

www.news.studiolegalecavalletti.it

 

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Log in

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie, consulta la Cookie Policy & Informativa Privacy.

Cliccando su "OK" acconsenti all’uso dei cookie.