E' illegittimo il licenziamento giustificato con la chiusura del cantiere. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 6913 depositata l'11.03.2021).

E' illegittimo il licenziamento giustificato . [..]

  • Data:29 Marzo

 

La vicenda riguardava un geometra, assunto con rapporto di lavoro subordinato, il quale veniva licenziato a causa della chiusura del cantiere dove svolgeva la prestazione lavorativa.

Il lavoratore agiva in giudizio ed il Tribunale riteneva legittimo il licenziamento in quanto era stato intimato per la chiusura del cantiere; inoltre il lavoratore in questione non poteva essere ricollocato in altre posizioni.

In sede di appello la decisione veniva ribaltata, il geometra veniva reintegrato e la società veniva condannata al pagamento delle retribuzioni perse.

Secondo la Corte di Appello il geometra era stato assunto nell'organico permanente della società, pertanto, solo l'abolizione della sua postazione con modifica dell'organico avrebbe reso legittimo il licenziamento.

Inoltre, dai documenti, emergeva che il geometra poteva essere adibito a mansioni e compiti anche fuori sede.

La società datrice di lavoro, a quel punto, ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove affermava di aver dimostrato la chiusura del cantiere, il licenziamento di tutte le unità nonché la crisi aziendale provata dalla procedura di concordato preventivo in continuità.

La Suprema Corte respingeva il ricorso ritenendo i motivi di impugnazione in parte inammissibili in parte argomentati in modo generico.

Gli Ermellini ribadivano, altresì, che il licenziamento per giustificato motivo oggettivo richiede la dimostrazione del nesso tra la soppressione di una postazione ed il licenziamento, nel caso di specie assente. Inoltre l'ultimazione delle opere edili non è sufficiente ad integrare un giustificato motivo di recesso salvo che il datore non dimostri l'impossibilità di utilizzare il dipendente in altre mansioni compatibili.

Inammissible anche il motivo inerente alla crisi aziendale in quanto nuovo rispetto alla precedente materia del contendere tra le parti.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Licenziamento illegittimo e diritto alle differenze retributive per errato inquadramento

Licenziamento illegittimo e diritto alle differenze retributive .[..]

  • Data: 29 Gennaio

  

Lo Studio offre la disamina di una vertenza in materia di lavoro attinente ad un lavoratore che rivendicava  la illegittimità del licenziamento irrogato dalla parte datoriale nonché lle differenze retributive per svolgimento di lavoro a tempo pieno corrisposte nelle forme di apprendista.

A seguito di una contestazione disciplinare il lavoratore veniva licenziato.

Il dipendente, rappresentato e difeso dall' Avv. Carlo Cavalletti, ricorreva, dinanzi al Giudice del Lavoro del Tribunale di Pisa, al fine di contestare il licenziamento ed accertare la natura subordinata del rapporto di lavoro.

Nello specifico, a mezzo della difesa, il lavoratore non solo contestava i fatti ascrittigli nella contestazione disciplinare ma deduceva di aver lavorato full time come lavoratore ordinario, quindi non apprendista, e di aver svolto ore in più rispetto all'orario pattuito.

Il ricorrente chiedeva accertarsi la natura subordinata del rapporto di lavoro, l'illegittimità del licenziamento nonché la condanna di parte convenuta al pagamento delle differenze retributive e contributive dovute, oltre interessi e rivalutazione dal giorno del dovuto al saldo, comprensive del ricalcolo del TFR e di tutti gli emolumenti dovuti in virtù della natura subordinata del rapporto.

Parte convenuta rimaneva contumace.

Le dichiarazioni dei testi confermavano la mancanza di prova dei fatti contestati al ricorrente.

Sempre dalle dichiarazioni emergeva, inoltre, l'effettiva mansione svolta dal ricorrente, l'effettivo orario di lavoro prestato nonché l'esperienza dello stesso nel settore di ristorazione il cui dato contrastava con la natura di apprendista.

In base a quanto sopra, il Giudice accertava lo svolgimento di un rapporto di lavoro a tempo pieno e condannava parte convenuta al pagamento delle differenze retributive, oltre alla somma da corrispondere a titolo di Tfr. Il tutto oltre interessi e rivalutazione dal diritto al saldo.

Dichiarato illegittimo il licenziamento irrogato, parte convenuta veniva, altresì, condannata al pagamento di una indennità pari a cinque mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, oltre interessi e rivalutazione.

Il Giudice disponeva, altresì, la condanna di parte convenuta al pagamento delle spese legali oltre gli oneri di legge.

                                                                                                                                                                                                                                                                               

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Licenziamento nullo se in frode alla legge. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 29007 del 17.12.2020).

Licenziamento nullo se in frode alla legge. ( ..[..]

  • Data: 14 Gennaio

 

Un lavoratore veniva licenziato per giustificato motivo oggettivo per chiusura aziendale della sede presso la quale era adibito.

Il lavoratore impugnava il licenziamento giudizialmente rilevando che, a seguito di reintegra disposta dal Tribunale in merito ad un precedente recesso intimogli per giusta causa, il datore di lavoro aveva disposto il trasferimento presso altra sede dove era in atto una procedura di riduzione del personale.

La Corte di Appello competente accoglieva la domanda del lavoratore perchè il licenziamento era stato intimato in frode alla legge.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale affermava che il concetto di frode alla legge riguarda tutti gli atti unilaterali emessi dal datore di lavoro.

Secondo la pronuncia il negozio posto in essere è in frode alla legge quando non realizzi una causa tipica o comunque meritevole di tutela ex art 1322 c.c. ma una causa illecita volta a violare la legge.

In base a quanto sopra rientra nell'ipotesi descritta la condotta del datore di lavoro che trasferisce il lavoratore presso una sede dove intende avviare una procedura di riduzione del personale. Circostanza verificatasi nel caso di specie.

In definitiva la Suprema Corte rigettava il ricorso proposto dalla società e confermava la nullità del recesso irrogato dalla stessa

                                                                                                                                                                                                                                                                                                

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Licenziamento per superamento del periodo di comporto e onere probatorio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 22794 del 20 ottobre 2020).

Licenziamento per superamento del  ..[..]

  • Data: 06 Novembre

 

Nella pronuncia in esame la Suprema Corte affronta il tema del licenziamento irrogato a causa del superamento del periodo di comporto, previsto nel regolamento sociale, con attenzione all'onere della prova.

La vicenda sorgeva a seguito di appello proposto dalla società datrice di lavoro avverso la decisione del Giudice del Lavoro del Tribunale competente, il quale aveva dichiarato illegittimo il licenziamento intimato al lavoratore.

La Corte di Appello rigettava l'appello proposto.

In particolare il Giudice di prime cure aveva osservato che non vi era prova della sussistenza del rapporto associativo tra le parti con la conseguenza che trovava applicazione il CCNL di categoria in base al quale la lavoratrice non aveva superato il periodo di comporto previsto dalla contrattazione collettiva.

La società, a fronte della contestazione del rapporto associativo, avrebbe dovuto produrre tempestivamente la documentazione idonea e nello specifico il verbale del Consiglio di Amministrazione. Quest'ultimo, infatti, per i giudici di secondo grado, rappresentava un documento necessario al fine di dimostrare la natura sociale del rapporto il cui onere era, in capo alla resistente. Produzione ritenuta tardiva in sede di appello.

La vicenda giungeva così dinanzi alla Suprema Corte la quale cassava la sentenza e rinviava alla Corte di Appello competente, in diversa composizione, anche per le spese.

Gli Ermellini evidenziavano che l'onere probatorio, in merito alla sussistenza del rapporto associativo, compete alla società, in assenza del quale, occorre escludere la possibilità di attribuire al lavoratore la qualifica di socio- lavoratore con la conseguenza che lo stesso sarà considerato lavoratore subordinato puro e semplice.

In merito al licenziamento per superamento del periodo di comporto la Corte rammenta i principi giurisprudenziali in materia e ribadisce che il licenziamento, in questi casi, è assimilabile al licenziamento per giustificato motivo oggettivo e il datore di lavoro, pur potendo limitarsi a documentare le assenze, ha l'onere in sede giudiziaria di allegare e provare i fatti costitutivi del potere esercitato.

 

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E' illegittimo il licenziamento se a seguito del superamento del periodo di comporto il lavoratore continua la malattia con le ferie (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 19062 del 14 settembre 2020).

E' illegittimo il licenziamento se a seguito ..[..]

  • Data:01 Ottobre

 

La vicenda riguardava una lavoratrice la quale veniva licenziata a seguito del superamento del periodo di comporto.

Nello specifico la dipendente, rimasta in malattia fino all'esaurimento del predetto periodo, poco prima della fine del termine, chiedeva un periodo di ferie pari a 20 giorni.

La concessione di tale periodo di ferie evitava il superamento del periodo di comporto.

Il datore di lavoro, a fronte della richiesta, concedeva alla stessa solo un giorno, pertanto, le successive assenze, essendo prive di giustificazione, comportavano il licenziamento per giusta causa.

La lavoratrice, a seguito di sentenza confermativa di licenziamento, adiva la Suprema Corte.

La ricorrente deduceva che, a fronte della richiesta di ferie, da parte del lavoratore in malattia e prima del superamento del periodo di comporto, il datore di lavoro,  in assenza di obiettive ragioni organizzative e produttive, deve concederle.

La Suprema Corte, ritenendo corrette le motivazioni addotte dalla ricorrente, cassava la decisione con rinvio e ribadiva i principi consolidati in materia in base ai quali: “il lavoratore assente per malattia ha facoltà di domandare la fruizione delle ferie maturate e non godute, allo scopo di sospendere il decorso del periodo di comporto, non sussistendo una incompatibilità assoluta tra malattia e ferie, senza che a tale facoltà corrisponda comunque un obbligo del datore di lavoro di accedere alla richiesta, ove ricorrano ragioni organizzative di natura ostativa”.

Le ragioni ostative devono essere concrete ed effettive, in caso contrario il licenziamento sarà illegittimo.

Nel caso di specie, il datore di lavoro non aveva dedotto nulla in merito, di conseguenza il licenziamento in questione risultava illegittimo.

 

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L'indennità di disoccupazione è dovuta anche se il licenziamento viene dichiarato illegittimo (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 17793 del 26 agosto 2020).

L'indennità di disoccupazione è dovuta anche se ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Il caso riguardava un lavoratore in pensione, al quale, l'istituto previdenziale aveva trattenuto dall'assegno della pensione gli importi da questo percepiti a titolo di indennità di disoccupazione tra il 2005 ed il 2009.

L'istituto asseriva che tale indennità non era dovuta in quanto, in quel periodo, vi era in corso un giudizio conclusosi con una sentenza di nullità del licenziamento e riconversione del rapporto di lavoro.

Nello specifico l'istituto contestava al lavoratore la circostanza di non aver fatto valere tale giudizio, (il quale prevedeva il recupero delle retribuzioni non percepite) avendo accettato una transazione per danno non patrimoniale di importo inferiore.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale concordava con quanto statuito dalla Corte territoriale in merito al fatto che il lavoratore aveva, comunque, diritto all'indennità di disoccupazione.

Gli Ermellini, pertanto, rigettavano il ricorso proposto dall'Inps.

In particolare, richiamando anche i principi in materia, affermavano che l'evento coperto dall'indennità di disoccupazione è l'involontaria disoccupazione per mancanza di lavoro.

La Corte, rilevava, altresì, che : "l'impugnazione giudiziale della legittimità del recesso datoriale costituisce un diritto, ma non un obbligo del lavoratore, e che l'intervenuta disoccupazione involontaria deve valutarsi alla stregua e al momento dell'atto risolutivo”.

Il lavoratore, infatti, accettando la transazione ha soltanto esercitato un suo diritto il quale non esclude il diritto alla percezione della Naspi.

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Natura ritorsiva del licenziamento intimato dopo un periodo di lunga malattia (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 23583 del 23.09.2019)

Natura ritorsiva del licenziamento intimato[..] 

  • Data: 10 Ottobre

 

Natura ritorsiva del licenziamento intimato dopo un periodo di lunga malattia (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 23583 del 23.09.2019)

 

Il caso riguardava un lavoratore che, rientrato da un periodo di assenza per malattia, veniva licenziato dal datore di lavoro.

La lettera di licenziamento veniva motivava facendo riferimento alla scelta organizzativa di chiudere il settore produttivo, di cui si occupava il lavoratore in questione, con conseguente soppressione della sua figura lavorativa. L'azienda aggiungeva, altresì, l'impossibilità di ricollocare il dipendente in altre mansioni uguali o equivalenti.

Il lavoratore impugnava il licenziamento e sia il Tribunale che la Corte di Appello annullavano il licenziamento ritenendo insussistente un giustificato motivo oggettivo e ravvisando l'intento ritorsivo del licenziamento, derivante dalla lunga assenza dal lavoro del dipendente.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione la quale confermava la decisione della Corte di Appello.

Per la Suprema Corte l'onere della prova in merito alla natura ritorsiva del licenziamento grava sul lavoratore e, a parere della Corte, può essere assolto “con la dimostrazione di elementi specifici tali da far ritenere con sufficiente certezza l'intento di rappresaglia, dovendo tale intento aver avuto efficacia determinativa esclusiva della volontà del datore di lavoro”.

Nel caso di specie gli elementi che inducevano a ritenere ritorsivo il licenziamento consistevano nell'infondatezza delle motivazioni sulle quali si basava la riorganizzazione aziendale e nella coincidenza temporale del licenziamento con il rientro a lavoro del dipendente a seguito della malattia.

In base a quanto suesposto la Corte rigettava il ricorso della società e confermava il reintegro del lavoratore disponendo il risarcimento pari alle retribuzioni dalla data del recesso fino al subentro in servizio.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti

c/o Studio Legale Cavalletti

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Deve ritenersi a tempo indeterminato il contratto cui è apposta una clausola del termine generica e per il quale il datore non rispetta la valutazione dei rischi con conseguente riammissione in servizio (Tribunale di Firenze, sez. Lavoro, n. 518 ann

Deve ritenersi a tempo indeterminato il contratto cui è apposta una clausola del termine generica..[..]

  • Data: 18

 

“Deve ritenersi a tempo indeterminato il contratto cui è apposta una clausola del termine generica e per il quale il datore non rispetta la valutazione dei rischi con conseguente riammisione in servizio” (Tribunale di Firenze, sez. Lavoro, n. 518 anno 2018).

Il caso concerne un lavoratore che era stato assunto con contratto a tempo determinato in forza di una clausola del tutto generica.
Lo Studio Legale Cavalletti promuoveva quindi azione dinanzi al Tribunale di Firenze per sentir dichiarare la nullità della clausola e conseguentemente disporre la riammisione in servizio del lavoratore.
Si costituiva in giudizio la datrice di lavoro eccependo sia la decadenza dal termine ex art. 32 L. 183/2010 nonché la infodatezza della domanda di parte ricorrente.
Il Giudice accoglie la domanda del lavoratore in ordine alla rimessione in servizio, così come richiesta dalla Studio Legale Cavalletti, sulla base dei seguenti principi.
Innanzitutto non può essere accolta la eccezione di decadenza proposta dalla datrice in quanto il ricorso è stato depositato nei termini previsti ex lege.
Nel merito il dettato normativo di richiamo è dato dall'art. 3 del d.lgs n. 368/2011 lettera d) che impone, quale condizione legittimante il ricorso alla contrattazione a termine, l'obbligo di effettuare la valutazione dei rischi dell'art. 4 d.lgs. 626/1994.
La datrice di lavoro, in forza della eccezione promossa dal lavoratore, si è limitata a contestare genericamente l'assunto non fornendone però specifica prova.
E così il G.I. ha ritenuto fondata la domanda proposta dai legali avv. Carlo Cavalletti e avv. Pasquinucci ritetendo quindi accertata la nullità del termine apposta al contratto e valutato il contratto a tempo indeterminato.
Ne segue la rimessione in servizio del lavoratore e la condanna della datrice al risarcimento del danno e al pagamento delle spese legali.






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