Ammissione in via privilegiata anche per i contributi non versati dal datore di lavoro (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 18333 del 3 settembre 2020).

Ammissione in via privilegiata anche per i contributi non versati ..[..]

  • Data:22 Settembre

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte analizza il tema dell'accertamento e della liquidazione del credito per differenze retributive spettante al lavoratore in sede fallimentare.

La vicenda traeva origine da un giudizio instaurato da un ex dipendente di una società a responsabilità limitata  avverso la decisione con la quale era stato statuito sull'istanza di ammissione al passivo in via privilegiata relativamente al fallimento della società presso la quale era alle dipendenze.

Il Tribunale, nello specifico, aveva ammesso al passivo solo l'importo relativo alle retribuzioni escludendo la quota dei contributi previdenziali a carico del lavoratore.

La decisione del Tribunale trovava fondamento sul rischio di una doppia insinuazione  al passivo da parte del lavoratore e da parte dell'Inps.

In sede di appello venivano accolte le doglianze del lavoratore.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte la quale concordava con l'ex dipendente.

In particolare gli Ermellini chiarivano che il rischio della doppia insinuazione non sussisteva ab origine.

Infatti nel caso in cui: “il datore non abbia provveduto al tempestivo versamento della quota trattenuta sulla retribuzione del dipendente, viene meno l’obbligo contributivo pro quota del lavoratore e, quindi, il credito di questi assume interamente natura retributiva”.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti  iscritto Albo Cassazionisti

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Infortunio sul lavoro: risponde penalmente il datore di lavoro per omessa formazione del dipendente (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 23947 del 14 agosto 2020).

Infortunio sul lavoro: risponde penalmente il datore ..[..]

  • Data:11 Settembre

 

La vicenda in esame sorgeva a seguito di un infortunio sul lavoro.

Nello specifico il lavoratore riportava lesioni personali gravi da cui derivava una incapacità ad attendere alle occupazioni ordinarie per un periodo superiore ai 40 giorni.

L'evento si verificava durante l'utilizzo di un macchinario, in particolare di un muletto con il quale veniva spostata una saldatrice.

In primo grado e in appello il legale rappresentante della società veniva ritenuto responsabile e veniva condannato alla pena pecuniaria di legge per il reato di cui all'art. 590 comma 1 e 3 c.p.

Il datore di lavoro ricorreva, pertanto, dinanzi alla Suprema Corte dove contestava la condanna, la ricostruzione dei fatti nonché l'omesso riconoscimento della condotta abnorme della persona offesa.

Evidenziava, altresì, la condotta del dipendente, in quanto imprudente, pericolosa e, pertanto, vietata.

Gli Ermellini dichiaravano il ricorso inammissibile e ritenevano responsabile, penalmente, il datore di lavoro.

In primo luogo ritenevano corretta la pronuncia emessa dalla Corte di Appello competente ed, in applicazione dei principi in materia, affermava che : “il datore di lavoro- quale responsabile della sicurezza dell'ambiente di lavoro- è tenuto a dare ai lavoratori una formazione sufficiente ed adeguata in materia di sicurezza e di salute, fornendo specifiche informazioni sulle modalità di svolgimento delle attività lavorative e sull'uso dei macchinari e quindi ad eliminare le fonti di pericolo per i lavoratori dipendenti e risponde pertanto dell'infortunio occorso al dipendente a causa della mancanza di tali requisiti.”

 

 

 

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti

              

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti  iscritto Albo Cassazionisti

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Esclusa la tenuità del fatto in caso di mancato versamento del mantenimento protratto per molto tempo. (Corte di Cassazione sez. Penale n. 5774 del 13.02.2020).

Esclusa la tenuità del fatto in caso di mancato versamento ...[..]

  • Data:02 Marzo

 

Il caso in esame concerne la punibilità del soggetto che non adempie al versamento dell'assegno di mantenimento nei confronti dei figli.

La vicenda prendeva le mosse da una decisione della Corte di appello la quale, in riforma della decisione del Tribunale, dichiarava l'imputato  non punibile ai sensi dell'art 131 bis c.p. per il reato di cui all'art. 570 comma 2, n. 2 . c.p..

A parere della Corte i fatti potevano essere qualificati di particolare tenuità in quanto l'inadempimento si era protratto solo per un periodo di tempo limitato e a seguito di difficoltà economiche che il soggetto inadempiente stava attraversando.

Il Procuratore Generale della Repubblica proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte per erronea applicazione della causa di non punibilità. A parere del Procuratore, la Corte avrebbe valutato  erroneamente il risultato istruttorio; l'imputato, infatti, aveva omesso il versamento per molto mesi.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso ed annullavano il provvedimento con rinvio ad altra sezione della Corte per un nuovo giudizio.

A parere degli stessi, infatti, la Corte di appello ha riconosciuto la tenuità del fatto e la non punibilità senza una adeguata motivazione.

Inoltre rilevava la mancata considerazione del principio in base al quale:a causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis cod. pen. è sì applicabile al reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, ma a condizione che l'omessa corresponsione del contributo al mantenimento abbia avuto carattere di mera occasionalità; e la modesta entità del contenuto dell'obbligo contributivo imposto e non adempiuto non è di per sé sufficiente a configurare la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, avendo rilievo, a tal fine, le modalità e la durata della violazione”.

 

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In caso di danni al paziente è responsabile il medico delegante se non controlla l'operato dei delegati. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50619 del 10.12.2019).

In caso di danni al paziente è responsabile il medico ...[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della responsabilità del medico apicale in caso di danni causati ai pazienti da personale da lui delegato.

Nel caso di specie un dirigente medico veniva accusato di aver contribuito al decesso di un paziente a seguito di alcuni errori diagnostici effettuati da altri medici della struttura.

Nello specifico il “primario” veniva accusato di non aver svolto le proprie funzioni di indirizzo e controllo sull'operato dei medici, suoi dipendenti, nonché di non aver impartito le direttive ed istruzioni terapeutiche adeguate.

Tale comportamento avrebbe avuto un effetto concausale con l'evento morte.

La Cassazione ricorda la funzione di garanzia che il dirigente mantiene a tutela della salute dei pazienti affidati alla struttura. Egli, infatti, ha il potere-dovere di impartire le direttive, di verificare e vigilare l'attività autonoma e delegata svolta dai medici presenti nella struttura.

Pertanto, nel caso in cui il medico adempia ai propri compiti in maniera corretta non risponde, in prima persona, degli eventuali danni causati da un medico appartenente alla propria struttura.

Nel caso in esame la Suprema Corte accoglieva il ricorso del medico relativamente all'applicazione della misura restrittiva della sospensione dall'esercizio della professione per sei mesi per l'eventualità che il fatto potesse reiterarsi.

A parere della Corte, dagli elementi presenti, non risultavano esigenze cautelari, sottese alla misura interdittiva, pertanto, il caso veniva rinviato al Tribunale per un nuovo esame.


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Non è configurabile il reato di diffamazione se l'offeso non è identificabile (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 49435 del 05.12.2109).

Non è configurabile il reato di diffamazione...[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Il caso in esame concerne la configurabilità del reato di diffamazione nel caso in cui il soggetto, a cui sono rivolte le espressioni, potenzialmente lesive, non sia identificabile.

Due soggetti venivano imputati del reato di cui all'art. 595 c.p. per aver affisso, alla finestra di loro proprietà, un cartello, contenente una espressione offensiva e posto di fronte all'abitazione della persona offesa.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello assolveva i due imputati per la particolare tenuità del fatto.

In sede di appello veniva sollevata la questione relativa all'esatta individuazione del soggetto offeso, inoltre, l'espressione meritevole di rilievo non consentiva di identificare il destinatario.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte, dove gli imputati proponevano ricorso per motivi di legittimità.

La Cassazione accoglieva il ricorso degli imputati e fornisce chiarimenti in merito agli elementi del reato di diffamazione.

In primo luogo gli Ermellini affermano di non doversi procedere in relazione all'illecito penale di ingiuria in quanto, a seguito della depenalizzazione, non è previsto dalla legge come reato.

Per ciò che riguarda il reato di diffamazione la Corte ritiene che, al di là delle implicazioni soggettive di colui che recepisce la frase come offensiva, nel caso di specie, l'espressione ritenuta potenzialmente lesiva, non ha una valenza negativa e dispregiativa, pertanto, non ha “un'effettiva portata lesiva dell'altrui reputazione.

Ciò posto, a parere della Corte non risulta integrata la fattispecie del reato di diffamazione.

L'espressione, infatti, seppur idonea a generare una reazione emotiva del soggetto, non ha assunto alcuna valenza specifica e non si evince un collegamento con la persona a cui era indirizzata percepibile da parte di soggetti terzi.

La Corte aggiunge che, in tema di reato di diffamazione, la giurisprudenza è molto chiara e rigorosa richiedendo l'individuazione del soggetto passivo, in mancanza del quale la fattispecie non può ritenersi integrata.


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Necessario l'accordo sindacale per installare la videosorveglianza nel luogo di lavoro. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50919 del 17.12.2019).

Necessario l'accordo sindacale per istallare la....[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Il caso riguarda l'installazione di sistemi di videosorveglianza nei luoghi di lavoro.

Nello specifico un datore di lavoro installava, all'interno dell'azienda, 16 telecamere al fine di controllare l'accesso nei locali ed utilizzarle come deterrente per eventi criminosi nonché per controllare i lavoratori nello svolgimento delle loro mansioni.

In primo grado l'imputato veniva condannato al pagamento di una ammenda pari ad € 1,000,00 per aver violato l'art 114 e 171 del d.lgs 196/2003 e gli artt. 4 comma 1 e 38 della legge n. 300/1970.

Tale installazione avveniva senza preventivo accordo sindacale o autorizzazione da parte  dell'Ispettorato del Lavoro.

Il tribunale rilevava che l'imputato avesse, dopo la contestazione, rimosso le telecamere ma non aveva provveduto a pagare l'oblazione amministrativa, inoltre, il datore di lavoro aveva installato le telecamere prima dell'autorizzazione da parte dell'ispettorato.

A parere del giudicante, il consenso scritto dei lavoratori, depositato dall'imputato, non è sufficiente affinchè possa ritenersi legittimo il sistema di videosorveglianza, sia perchè, nel caso di specie,  successivo all'installazione, sia perchè non sostitutivo dell'accordo sindacale o dell'autorizzazione dell'Ispettorato.

L'imputato, pertanto, ricorreva in appello, ricorso poi convertito in ricorso per Cassazione in ossequio al principio del favor impugnationis.

Secondo l'imputato la motivazione della sentenza impugnata era illogica in quanto il datore di lavoro, gestendo un locale pubblico, è legittimato al controllo nell'interesse dei dipendenti, inoltre, in presenza del consenso dei lavoratori, la condotta non avrebbe dovuto assumere rilevanza penale.

La Corte respingeva il ricorso del datore di lavoro.

I Supremi Giudici chiarivano, infatti, che, soltanto per ragioni di sicurezza o di tutela del patrimonio aziendale, la legge riconosce la possibilità per il datore di lavoro di installare delle telecamere previo accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro.

Circostanze non ravvisate nel caso in esame.

Per ciò che riguarda il consenso scritto dei dipendenti la Corte precisa che non è sufficiente a scriminare la condotta del datore di lavoro dal punto di vista penale. Il lavoratore, in quanto soggetto debole del rapporto, non può provvedere, autonomamente, al riguardo, ma la regolamentazione di tali interessi è affidata alle rappresentazioni sindacali o ad un imparziale organo pubblico.


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Condanna per l'automobilista che investe il pedone fuori dalle strisce (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 51147 del 19.12.2019).

Condanna per l'automobilista che investe....[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Il caso riguardava un'automobilista condannata, in sede penale, alla pena sospesa di due anni di reclusione e al risarcimento dei danni alla parte civile da liquidarsi in separata sede per aver investito un pedone.

L'imputata veniva condannata per il reato di cui all'art. 589 comma 2 c.p. per aver cagionato la morte di un uomo per colpa consistita in imperizia, imprudenza, negligenza ed inosservanza delle norme sulla circolazione stradale.

Nello specifico l'automobilista, a bordo della sua auto, non prestava attenzione e non riduceva la velocità, in prossimità di un attraversamento pedonale, causando, di fatto, la morte del pedone in quanto non avvistato.

La Corte di appello confermava la decisione del Tribunale, pertanto, la donna ricorreva dinanzi alla Suprema Corte la quale non accoglieva le doglianze, formulate dall'imputata, in quanto ritenute non fondate.

A parere della Cassazione, infatti, il conducente aveva violato l'obbligo di monitorare, costantemente, la strada in modo da mantenere il controllo del veicolo ed evitare situazioni di pericolo rientranti nella comune esperienza.

Il conducente è gravato, infatti, dal prestare attenzione all'avvistamento del pedone in modo da poter porre in essere gli eventuali accorgimenti al fine di prevenire un investimento.

Tale comportamento da parte dell'automobilista, secondo i Giudici, deve tenersi anche in presenza di comportamenti irregolari posti in essere dal pedone.


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Nuovo codice stradale, cosa cambierà nel 2020?

Nuovo codice stradale, cosa cambierà nel 2020?...[..]

  • Data: 17 Gennaio

Nei mesi scorsi è stato approvato il nuovo testo contenente le modifiche al codice della strada, ora al vaglio della Camera dei Deputati.

A nostro avviso, l'argomento merita continua attenzione al di là delle modifiche in corso, ciò al fine di garantire maggiore sicurezza agli utenti della strada, ai loro passeggeri e ai terzi soggetti e perché no, al fine di arricchire la conoscenza in capo ai conducenti.


Infatti lo scrivente, anche in considerazione degli ultimi e gravi eventi di cronaca stradale, lamenta una scarsa conoscenza della problematica specie da parte dei più giovani automobilisti che spesso si mettono alla guida senza conoscere le conseguenze delle loro azioni e i rischi giudiziari in cui incorrono.

Già in passato l'argomento era stato trattato con particolare attenzione alla disciplina dell'omicidio stradale  e alle novità introdotte dalla legge n.  41 del 23.03.2016.

Tale legge ha introdotto sanzioni più severe nei confronti dei soggetti che, alla guida in stato di alterazione, a seguito dell'assunzione di alcol o sostanze stupefacenti, mettono in pericolo non solo la propria incolumità ma anche quella altrui, causando lesioni o morte.

In ambito di omicidio stradale si segnalano due recentissime pronunce della Suprema Corte la n. 121 e la n. 177/2019 in cui la Corte affronta il tema dell'obbligo del conducente di tenere in considerazione, anche, il comportamento altrui.

Lo Studio Legale Cavalletti nel trattare gravissimi sinistri stradali riscontra spesso la mancata e non completa informazione, non solo dal punto di vista normativo come sopra detto, ma anche sotto il profilo delle tutele a disposizione e delle cautele che potrebbero, se non evitare il danno, ridurre l'entità delle lesioni.

In molti casi, concausa del sinistro, risulta essere la non adeguata manutenzione delle strade, da parte degli organi preposti della P.A. (insidie, strisce non regolari, guard rail pericolosi o rotonde non consone), o ancora la fiducia, da parte di chi è posto alla guida, nel comportamento diligente altrui che, in alcuni casi, va oltre la prevedibilità.

Incrementare le campagne informative potrebbe essere lo strumento idoneo affinché aumenti la sensibilità di tutti verso una condotta attenta e collaborativa ma altresì si rende necessario intervenire a livello strutturale su strade oramai obsolete.

Tornando alla riforma, diverse le novità inserite nel testo, fra cui un inasprimento delle sanzioni previste per chi utilizza apparecchiature elettroniche alla guida, l'istituzione di “zone scolastiche” ovvero la previsione di forme di limitazione al traffico e di velocità. Sempre nell'ottica di garantire maggiore sicurezza ai minori il testo prevede l'obbligo, a partire dal 2024, di cinture di sicurezza sugli scuolabus.

La bozza della riforma dedica spazio anche ai pedoni, nello specifico è prevista la possibilità di attraversamenti pedonali rialzati, ad altezza del marciapiede, o l'utilizzo di bande sonore sulle strade per rallentare la velocità.

Il quadro delineato rappresenta solo una parte degli argomenti che la riforma intende trattare.

Sicuramente intravediamo la volontà di meglio definire il quadro normativo, di migliorare l'efficacia dell'accertamento delle violazioni e delle relative responsabilità nonché una maggiore incisività nell'applicazione delle sanzioni.

Si ricorda infine che lo Studio, nella trattazione di tali casi, collabora con vari specialisti del settore, quali ingegneri per la redazione di perizie cinematiche, medici per perizie medico-legali, necessarie al fine di una corretta ricostruzione dei fatti e poter assicurare giustizia al cliente.

 

Articolo redatto dall'Avv. Carlo Cavalletti

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