L'importanza dell'ascolto del minore nei procedimenti di affidamento. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 1474 del 25.01.2021).

L'importanza dell'ascolto del minore.[..]

  • Data:03 Febbraio

  

In un procedimento in materia di famiglia il Tribunale disponeva l'affido congiunto dei figli minori con collocamento prevalente presso la madre. Venivano, altresì, previste le modalità e i tempi di permanenza presso il padre nonché il contributo a titolo di mantenimento che lo stesso doveva versare.

L'uomo proponeva reclamo dinanzi alla Corte di Appello competente la quale, ritenendo irrilevante sia la richiesta di ascolto dei minori che l'ammissione di alcuni mezzi di prova, confermava la decisione  del Tribunale.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove il padre proponeva ricorso rilevando come la decisione della Corte di Appello fosse contraria sia alla convenzione di New York che alla Convenzione di Strasburgo. Tali convenzioni, infatti, prevedono il diritto dei minori di essere ascoltati nei procedimenti che li riguardano.

In particolare, la Corte avrebbe potuto disporre l'ascolto della figlia più grande, di anni 11, in quanto capace di manifestare il proprio pensiero.

Gli Ermellini accoglievano il ricorso ribadendo come l'ascolto del minore di almeno dodici anni, e anche di età inferiore se capace di discernimento, è un diritto fondamentale affinchè l'interessato possa essere informato ed esprimere le proprie opinioni su procedimenti che lo riguardano.

L'ascolto costituisce, inoltre, elemento di primaria importanza nella valutazione del suo interesse.

Il mancato ascolto deve essere sorretto da una valida motivazione.

Nel caso di specie, la Corte non ha indicato le ragioni per le quali l'ascolto poteva arrecare pregiudizio ma ha addotto una generica motivazione legata alla situazione conflittuale tra i genitori.

 

                                                                                                                                                                                                                                                                               

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Nessuna modifica dell'assegno divorzile in assenza di fatti nuovi successivi alla sentenza di divorzio (Corte di Cassazione, Sezione lavoro n. 18522 del 4 settembre 2020).

Nessuna modifica dell'assegno divorzile in assenza ..[..]

  • Data:19 Settembre

 

La questione sorgeva a seguito di un ricorso proposto da un ex marito e con il quale chiedeva la modifica dell'assegno divorzile da versare nei confronti dell'ex moglie.

L'uomo veniva, infatti, condannato a pagare la somma pari ad € 400,00 nei confronti dell'ex coniuge.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove l'obbligato proponeva ricorso.

Nello specifico, secondo il ricorrente, la Corte di Appello competente sulla vicenda, aveva errato in quanto non aveva tenuto in considerazione la possibilità dell'ex coniuge di ricercare un lavoro e la sua condizione, aggravata dalla presenza di altri figli con una altra donna.

La donna, infatti, risultava abile al lavoro.

L'uomo rilevava, altresì, che l'assegno di mantenimento, in casi in cui l'ex moglie sia in grado di lavorare, non va inteso come un beneficio vitalizio.

La Suprema Corte, però, riteneva il ricorso inammissibile e, pertanto, lo rigettava.

Gli Ermellini rilevavano che il ricorrente non aveva allegato fatti nuovi sopravvenuti alla sentenza di divorzio con la quale era stato disposto l'assegno di mantenimento.

L'ex moglie, invece, aveva dimostrato di essersi attivata, senza successo, al fine di ricercare una occupazione capace di renderla economicamente autosufficiente.

La Corte riteneva le argomentazioni del ricorrente generiche e ricordava che il diritto della beneficiaria non è recessivo rispetto a quello degli altri figli.

Per ciò che riguarda la posizione lavorativa della beneficiaria, la Corte evidenziava che:  “l'attitudine del coniuge al lavoro assume rilievo solo se venga riscontrata in termini di effettiva sopravvenuta possibilità di svolgimento di un 'attività lavorativa retribuita, in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale, e non già di mere valutazioni astratte e ipotetiche”.

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I figli dopo gli studi devono trovare un lavoro e diventare autonomi (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 17183 del 14 agosto 2020).

I figli dopo gli studi devono trovare un lavoro  ..[..]

  • Data:15 Settembre

 

Con la sentenza in esame la Suprema Corte analizza la questione relativa al mantenimento dei figli con particolare riferimento alla durata dell'obbligo.

Il caso sorgeva a seguito di un ricorso proposto da una madre. Quest'ultima contestava la decisione della Corte di Appello la quale aveva revocato sia l'assegno versato dall'ex marito in favore del figlio che l'assegnazione della casa coniugale.

Gli Ermellini confermavano la decisione, resa in sede di appello, sostenendo l'obbligo nonché il dovere del figlio di attivarsi, a seguito degli studi, al fine di trovare una occupazione e rendersi autonomo, in attesa di un impiego più corrispondente alle proprie aspirazioni.

Per i Supremi Giudici non è infatti ammissibile che siano i genitori a doversi adattare a qualsiasi lavoro pur di mantenere i figli.

Il diritto al mantenimento, a parere della Corte, ha un limite che va desunto dalla durata degli studi e dal tempo di cui necessita un giovane per trovare un lavoro. Il figlio, a sua volta, può pretendere di essere mantenuto qualora dimostri di non essere riuscito a trovare lavoro per causa a lui non imputabile e di non aver trovato altro impiego in modo da rendersi autonomo.

La Corte ha, individuato alcuni casi in cui sussiste il diritto al mantenimento del figlio maggiorenne ovvero, tra gli altri, ipotesi di minorazione o debolezza delle capacità personali, mancanza di lavoro nonostante i tentativi di ricerca, prosecuzione con diligenza degli studi ultraliceali.

In assenza della prova di quanto sopra, raggiunta la maggiore età, si presumono il venir meno del diritto al mantenimento del figlio nonché la sua idoneità di reddito.

 

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Nella determinazione dell'assegno di divorzio occorre valorizzare anche il contributo del coniuge più debole (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6519 del 09.03.2020).

Nella determinazione dell'assegno di divorzio occorre ...[..]

  • Data:17 Marzo

 

Nella determinazione dell'assegno di divorzio occorre valorizzare anche il contributo del coniuge più debole (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 6519 del 09.03.2020).

Nella decisione in esame la Suprema Corte affronta, nuovamente, il tema della determinazione dell'assegno di divorzio ed incentra l'analisi sulla valorizzazione o meno del contributo del coniuge più debole.

La vicenda riguardava un ex marito il quale proponeva appello dove chiedeva la rideterminazione dell'assegno divorzile, versato nei confronti dell'ex moglie.

L'appello veniva accolto, parzialmente, l'assegno veniva ridotto e determinato in euro 1600,00 mensili.

Il ragionamento della Corte teneva in considerazione i principi già affermati, sul punto, dalla Suprema Corte.

In sostanza ribadiva che occorre si evitare le rendite parassitarie, in caso di breve durata del matrimonio e di evidente capacità lavorativa del coniuge richiedente l'assegno, ma occorre, anche, evitare di agire in maniera punitiva nei confronti del coniuge, economicamente, più debole rimasto sposato per lungo periodo e che ha contribuito all'incremento delle risorse familiari, sia con il lavoro fuori casa che dentro casa.

In tale occasione in appello sono stati considerati decisivi sia la durata del matrimonio che la disparità reddituale tra le parti coinvolte.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove contestava, tra le altre cose, la non produzione in giudizio, da parte della moglie, delle successioni del padre e della madre, nonché la ritenuta non redditività del cespite ereditario della stessa ed il giudizio sull'effettiva capacità e possibilità della moglie di produrre reddito.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso ritenendo non fondati i motivi in quanto finalizzati ad ottenere un giudizio sostitutivo rispetto a quello del merito conclusosi con una motivazione congrua ed adeguata.

A parere dei Supremi Giudici, nella determinazione dell'assegno, occorre adottare il paramento perequativo- compensativo il quale deve tenere in considerazione elementi quali, le condizioni reddituali di entrambi i coniugi, il contribuito apportato alla realizzazione della vita familiare nonché l'età del richiedente, la durata del matrimonio e le aspettative professionali sacrificate.

In base a quanto sopra, pertanto, l'importo dell'assegno dovrà garantire una vita dignitosa ed autonoma che tenga conto del sacrificio e di quanto fatto durante il matrimonio.

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Affido condiviso: i chiarimenti della Cassazione. (Corte di Cassazione sez. Civile n. 3652 del 13.02.2020).

Affido condiviso: i chiarimenti della Cassazione. ...[..]

  • Data:02 Marzo

 

Con la sentenza in esame la Suprema Corte offre delle precisazioni in merito alla gestione del tempo fra i due genitori in caso di affidamento condiviso.

La vicenda riguardava una minore la quale veniva affidata ad entrambi i genitori con collocazione  prevalente presso la madre. Il padre proponeva reclamo, dinanzi alla Corte di Appello, contestando  la fissazione della residenza della minore presso la madre.

In seguito al mancato accoglimento del reclamo da parte della Corte di Appello il padre ricorreva dinanzi alla Suprema Corte.

A parere della Corte lo spostamento della residenza della minore avrebbe provocato un turbamento inutile e una convivenza paritaria tra i due genitori avrebbe reso più difficoltosa la condizione della figlia.

Il genitore ricorrente contestava la collocazione presso la madre senza adeguata istruttoria, la mancata considerazione del lavoro della madre, la quale svolgeva dei turni, la revoca del provvedimento che autorizzava il contatto telefonico e giornaliero con la minore nonché il principio in base al quale “i rapporti tra genitori non conviventi e figli non si identificano in parametri aritmetici”.

Gli Ermellini respingevano il ricorso del padre e chiarivano di aver tenuto conto, nel disporre l'affidamento della minore, sia del lavoro svolto dai genitori che degli impegni della minore disponendo la residenza presso la madre, anche, al fine di garantire una stabilità alla minore stessa.

Inoltre precisavano che la regolamentazione dei rapporti tra genitori non conviventi e figli minori “non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori ma deve essere il risultato di una valutazione ponderata del giudice di merito che, partendo dalla esigenza di garantire al minore la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena, tenga anche conto del suo diritto a una significativa e piena relazione con entrambi i genitori e del diritto di questi ultimi a una piena realizzazione della loro relazione con i figli e all'esplicazione del loro ruolo educativo”.

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La città in cui si vive influisce sulla determinazione dell'assegno di divorzio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 174 del 09.01.2020).

La città in cui si vive influisce sulla...[..]

  • Data: 03 Febbraio

 

Con la sentenza in esame la Suprema Corte affronta il tema della quantificazione dell'assegno di divorzio tenendo in considerazione la città in cui il coniuge obbligato risiede.

Il caso in esame traeva origine dalla richiesta di un ex marito il quale chiedeva la riduzione dell'assegno da versare all'ex moglie.

A parere dell'ex coniuge, vivendo a Roma, dove il costo della vita risultava essere più elevato, l'importo dell'assegno stabilito doveva essere ridotto.

La Corte di Appello territoriale riduceva l'importo assegnato dal Giudice di prime cure.

La decisione di secondo grado ha tenuto in considerazione sia l'elevato costo della vita dove viveva l'uomo, sia i costi che l'obbligato sosteneva, a causa delle sue condizioni di salute, per le cure ed assistenza

L'ex moglie, pertanto, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione contestando la decisione della Corte di appello.

La donna rilevava la mancanza di indagini istruttorie relative all'obbligato, censurava l'omesso esame di produzioni documentali, ritenute, dalla Corte, irrilevanti, nonché l'introduzione di circostanze nuove, come il riferimento alle patologie dell'uomo.

La Suprema Corte ha confermato la decisione dei Giudici di Appello e ha precisato, altresì, che: “ nei giudizi di separazione e divorzio, gli elementi di fatto che possono incidere sull'attribuzione e determinazione degli obblighi economici, ove verificatesi in corso di causa, devono essere presi in esame nella pendenza del giudizio, in quanto governato dalla regola sic stantibus”.

Sulla base di quanto sopra, la città in cui vive il coniuge, obbligato al versamento dell'assegno, può incidere sulla quantificazione dello stesso, consentendo una riduzione dell'importo laddove il costo della vita risulti più alto.

 

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Assegno di divorzio, è obbligatorio?

Assegno di divorzio, è obbligatorio?...[..]

  • Data: 23 Dicembre

     

Dalla riforma del 1975 la materia del diritto di famiglia è rimasta pressoché immutata per molto tempo.

In tempi recenti, però, vi sono stati diversi interventi in relazione all'assegno divorzile e ai criteri da seguire per la sua determinazione.

La quantificazione e la determinazione dell'assegno di mantenimento rappresenta uno dei motivi di conflitto tra due persone che si apprestano ad accettare o a subire la modifica della loro vita affettiva e personale.

La sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, la cosiddetta sentenza “Grilli”, stravolge le regole di determinazione e quantificazione dell'assegno divorzile.

Nello specifico, secondo i Giudici, il divorzio recide ogni legame con l'ex coniuge e di conseguenza cesserebbe anche l'obbligo di mantenimento.

In sostanza viene eliminato il “precedente tenore di vita” tra i criteri a cui fare riferimento per la determinazione dell'assegno, salvo i casi in cui l'ex coniuge non sia in grado di mantenersi da solo.

Nel 2018 la Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la sentenza n.18287 dell'11 luglio, ritorna sulla questione , cerca di risolvere il contrasto insorto ridefinendo i criteri e i principi da seguire.

In tale pronuncia, a differenza della sentenza “Grilli”, gli Ermellini tengono in considerazione ulteriori elementi tra i quali il contributo apportato dall'ex coniuge e la durata dell'unione.

I Supremi Giudici, infatti, affermano che: “il riconoscimento dell'assegno di divorzio richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge istante e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive”. Si deve, pertanto, tenere in considerazione il contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune.

Ciò impone una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti interessate.

L'assegno di divorzio assume una funzione assistenziale nonché perequativa e compensativa.

Sulla scia degli interventi giurisprudenziali si assiste, anche, ad una volontà di intervenire dal punto di vista legislativo.

A seguito dell'intervento delle Sezioni Unite molteplici sono state le decisioni della Suprema Corte sulla questione.

Di recente, anche in relazione all'assegno di separazione, si assiste all'applicazione del criterio sancito in materia di divorzio. Gli Ermellini, infatti, nella recente pronuncia, la n.26084 del 2019, sottolineano, ancora una volta, la natura assistenziale dell'assegno, anche in sede di separazione, ribadendo, pertanto, il sorpasso del “tenore di vita” come parametro di riferimento.

Le diverse pronunce lasciano intravedere, sicuramente, un cambiamento oltre che delle condizioni delle parti interessate, anche del ruolo del  giudice chiamato ad esprimersi in materia di separazione e divorzio.

Considerato che, sul tema, la giurisprudenza appare in continua evoluzione, risulta difficile, sia citare tutti gli interventi in materia, sia esprimere una valutazione sugli esiti.

Ciò che, da addetti ai lavori, si auspica è, sicuramente, una maggiore definizione dei principi e delle regole da seguire al fine di eliminare, o quantomeno attenuare, i conflitti, in un ambito, così delicato, come  quello familiare.

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti e dall' Avv. Mariangela Caradonna  

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Se i coniugi hanno vissuto insieme per tre anni il matrimonio non è annullabile anche in caso di tradimento e vita da “separati in casa”. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 30900 del 26 novembre 2019).

Se i coniugi hanno vissuto insieme per tre anni il matrimonio ...[..]

  • Data: 19 Dicembre

Se i coniugi hanno vissuto insieme per tre anni il matrimonio non è annullabile anche in caso di tradimento e vita da “separati in casa”. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 30900 del 26 novembre 2019).

La questione sorgeva a seguito della richiesta di un uomo il quale, ottenuta la una sentenza del Tribunale ecclesiastico di annullamento del matrimonio, chiedeva la delibazione in Italia.

La Corte di Appello competente rigettava la richiesta in quanto i coniugi avevano convissuto per oltre tre anni.

Inoltre, a fronte della richiesta del marito, la moglie proponeva opposizione adducendo, appunto, di aver vissuto con il marito da più di tre anni, pertanto, il rapporto di matrimonio risultava effettivo.

L'uomo proponeva ricorso in Cassazione e richiamando la giurisprudenza delle Sezioni Unite sosteneva che: “i requisiti della stabilità e dell'esteriorità della convivenza ultratriennale che ostacolerebbero la delibazione della sentenza non sussisterebbero nel caso di specie”.

Il ricorrente, infatti, ammetteva di aver intrattenuto una relazione extraconiugale solo dopo un anno di matrimonio e di aver vissuto da separati in casa dal 2011.

La Suprema Corte rigettava il ricorso e confermava la sentenza della Corte di appello.

A parere della Cassazione il dato della convivenza continuativa e superiore ai tre anni non può essere messo in discussione.

Infatti al fine di dedurre la mancanza dell' affectio coniugalis occorre che entrambi i coniugi la riconoscano nel momento in cui viene chiesta la delibazione della sentenza.

Nel caso di specie il ricorrente non aveva fornito alcuna prova in merito alla mancanza dell' affectio coniugalis.

Inoltre la distanza affettiva tra i due non aveva impedito loro di convivere.

e l'inesatto adempimento è stato causato da un evento imprevedibile ed inevitabile con l'ordinaria diligenza.

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