Immediata efficacia del decreto di trasferimento. (Corte di Cassazione, Sezioni Unite n. 28387 del 14.12.2020).

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  • Data: 22 Gennaio

  

Le Sezioni Unite sono state chiamate ad enunciare un principio di diritto in tema di efficacia immediata del decreto di trasferimento in seguito ad espropriazione forzata.

Nello specifico il quesito verteva sulla “trascrivibilità del decreto di trasferimento nelle vendite immobiliari in sede di espropriazione, indipendentemente dal decorso dei termini per proporre l'opposizione ai sensi dell'art. 617 cod. proc. Civ."

La Suprema Corte, a seguito di impugnazione, respingeva le doglianze sollevate in merito al difetto di esecutività del decreto di trasferimento e in merito alle irregolarità delle trascrizioni sui registri immobiliari.

Il Conservatore, infatti, non aveva verificato se il decreto fosse stato notificato all'esecutata ai fini del decorso dei termini per proporre opposizione.

La Corte rilevava che gli atti e i provvedimenti del Giudice dell'esecuzione producono di per sé gli effetti loro propri, questi, pertanto, sono intrinsicamente definitivi in forza della loro solo pronuncia.

Ciò comporta che : "il decreto di trasferimento è in via immediata definitivamente produttivo dei suoi effetti propri, tra cui la cancellazione delle formalità pregiudizievoli gravanti sul bene che ne è oggetto, indicate nell'art. 586 cod. proc. Civ.".

L'applicazione del principio di cui sopra comporta che il Conservatore non può sottrarsi all'ordine richiedendo apposite certificazioni ma deve operare in  modo tale che anche la liberazione da pesi ed ipoteche sia immediata.

                                                                                                                     

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Validità della perizia in materia di responsabilità medica. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 34742 del 07.12.2020).

Validità della perizia in materia di responsabilità medica. e ( ..[..]

  • Data: 22 Gennaio

  

La Corte ritorna sul tema della responsabilità medica soffermandosi sulla natura della perizia in particolare sull'utilizzo della stessa ai fini probatori.

La vicenda sorgeva a seguito di una condanna per lesioni personali colpose a carico di una dottoressa la quale, durante un intervento di sostituzione di un pacemaker, dimenticava di rimuovere una garza cagionando lesioni gravi al paziente.

Quest'ultimo, infatti, a causa dell'insorgere di un processo infiammatorio subiva anche un ulteriore intervento chirurgico.

La condanna nei confronti del personale sanitario veniva confermata, anche, dalla Corte di Appello competente.

La questone giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove l'imputata ricorreva.

La difesa del medico eccepiva violazione di legge nonché vizio di motivazione affermando che le argomentazioni dei giudici fossero censurabili.

Parte ricorrente lamentava, altresì, il mancato svolgimento di una prova decisiva ovvero di una perizia sulle cause delle lesioni e sull'entità delle stesse.

A parere della difesa, l'assenza di una perizia, quale prova decisiva, comportava delle argomentazioni illogiche ed apodittiche.

La Suprema Corte, ritenendo i motivi infondati, rigettava il ricorso.

Nello specifico in merito al secondo motivo i Supremi Giudici affermavano che la perizia non può mai essere considerata una prova decisiva”ciò in quanto si tratta “di un mezzo di prova "neutro", sottratto alla disponibilità delle parti e rimesso alla discrezionalità del giudice, laddove l'articolo citato, attraverso il richiamo all'art. 495 del c.p.p., comma 2, si riferisce esclusivamente alle prove a discarico che abbiano carattere di decisività”.

Inoltre, nel caso in esame, le argomentazioni sul nesso causale risultavano logiche e coerenti con il materiale probatorio.

                                                                                                                     

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La Cassazione conferma l'abbondano del tenore di vita quale criterio per l'assegno di divorzio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 28104 del 09.12.2020).

La Cassazione conferma l'abbondano del tenore di vita quale ( ..[..]

  • Data: 22 Gennaio

  

Con la vicenda in esame la Suprema Corte ritorna sul tema dell'assegno divorzile e sui criteri da tenere in considerazione ai fini della sua determinazione.

Il caso sorgeva a seguito di un giudizio di divorzio dove, sia in primo grado che in sede di appello, veniva confermato un assegno mensile pari ad € 300,00 che il marito doveva versare nei confronti della moglie.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte facendo valere quattro motivi di doglianza.

Gli Ermellini, ritenendo un motivo fondato, accoglievano il ricorso cassando la decisione impugnata.

Il ricorrente rilevava l'omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio in riferimento al reddito goduto dallo stesso che, ammontante a circa € 1430,00 mensili, era gravato anche da spese di salute.

La Suprema Corte richiama i principi enunciati in materia dalle Sezioni Unite con la pronuncia del 2018 n. 18287 e conferma che il tenore di vita, goduto in costanza di matrimonio, non può essere utilizzato come paramentro per determinare l'importo dell'assegno di divorzio.

Nel caso di specie, pur dando atto che il tenore di vita non costituisce un paramentro per determinare l'assegno divorzile, non risultava indicato il reddito del marito.

Ciò a dimostrazione che la situazione economica delle parti non era stata valutata.

La vicenda veniva, pertanto, rinviata la giudice di merito per un nuovo esame.

                                                                                                                     

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Affido esclusivo al padre se la madre genera un clima conflittuale. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 29999 del 31.12.2020).

Affido esclusivo al padre se la madreto alla ( ..[..]

  • Data: 18 Gennaio

  

La vicenda verte in meteria di affidamento e di responsabilità genitoriale.

Il Tribunale dei monori dichiarava la decadenza della madre dalla responsabilità genitoriale e la attribuiva al padre a cui affidava i figli in via esclusiva.

L'uomo, pertanto, era legittimato a prendere le decisioni riguardo i figli senza il consenso della madre.

In sede di appello il provvedimento sulla responsabilità genitoriale emesso nei confronti della donna veniva revocato. Secondo il giudice di secondo grado, infatti, la condotta della donna non era così grave da giustificare l'emissione di un provvedimento di tal genere nei suoi confronti.

Inoltre la Corte riteneva che la decadenza dalla responsabilità genitoriale era stata dichiarata in assenza di prove in merito alle violazioni dei doveri genitoriali da parte della donna.

La Corte invitava, pertanto, la stessa a seguire un percorso di terapia e disponeva a suo carico la corresponsione dell'assegno di mantenimento nella misura pari ad € 800,00.

La decisione di appello concordava sulle valutazioni relative alle difficoltà della madre a relazionarsi con i figli. Tale aspetto giustificava l'affidamento esclusivo degli stessi al padre.

La donna ricorreva dinanzi alla Suprema Corte la quale, dichiarando i motivi infondati ed inammissibili, rigettava il ricorso.

Secondo gli Ermellini, dal giudizio emergeva, chiaramente, il clima conflittuale creato dalla madre, inoltre, la stessa non ha mostrato consapevolezza della propria condotta.

Corretta appariva la decisione di lasciare ai minori la scelta di incontrare la madre nel rispetto del principio di autodeterminazione.

In merito alle statuizioni economiche, contestate dalla ricorrente in quanto ritenute ingiuste, per la Corte risultavano inammissibili così come la contestazione avanzata dalla stessa sulla mancata ammissione di una richiesta istruttoria, in quanto non risultava indicato il fatto storico ritenuto dalla stessa decisivo ai fini della decisione.

                                                                                                                     

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Rapporto padre- figlio e lesione del diritto alla biogenitorialità. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 28723 del 16.12.2020).

Rapporto padre- figlio e lesione del diritto alla ( ..[..]

  • Data: 16 Gennaio

 

La decisione in commento si incentra sulla tutela del diritto alla biogenitorialità.

Il caso sorgeva a seguito di reclamo, presentanto da un padre dinanzi al Tribunale dei minori, e con il quale chiedeva la decadenza della madre dalla responsabilità genitoriale nonché l'allontanamento del figlio dall'abitazione materna.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettavano la richiesta del padre.

In sede di impugnazione venivano decisi gli incontri padre e figlio una volta al mese e sotto osservazione dei servizi sociali alla luce anche della CTU, disposta per valutare la capacità genitoriale della madre e la possibilità di recuperare il rapporto padre-figlio.

Il padre, a seguito delle decisioni negative, adiva la Suprema Corte dinanzi alla quale contestava, tra le altre cose, l'adeguatezza della madre ad educare il figlio nonché la mancata considerazione degli atteggiamenti della donna diretti ad escludere il padre dalla vita del figlio.

Parte ricorrente rilevava, altresì, che le decisioni prese dai giudici si basavano sull'incapacità del padre di relazionarsi con il figlio senza considerare i comportamenti della donna diretti ad alienare l'uomo.

La Suprema Corte accoglieva alcuni dei motivi sollevati, dichiarava assorbiti gli altri e rinviava alla Corte di Appello in diversa composizione.

A sostegno della pronuncia gli Ermellini richiamavano alcuni principi della CEDU in tema di biogenitorialità.

La Corte ricorda l'importanza del rispetto del principio di biogenitorialità quale diritto del figlio ad avere un rapporto equilibrato ed armonioso con entrambi i genitori.

In base a quanto sopra, per i Supremi Giudici, la Corte ha errato ritenendo la madre adeguata non indicando, tra l'altro, le ragioni per le quali la stessa ha allontanato il padre dal figlio.

Di rilievo risulta, anche, la mancata considerazione del comportamento oppositivo della madre in quanto condotta lesiva del diritto del minore alla biogenitorialità.

                                                                                                                     

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Niente mantenimento al figlio maggiorenne se non prova la non autosufficienza economica. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 29779 del 29.12.2020).

Niente mantenimento al figlio maggiorenne se non prova ( ..[..]

  • Data: 16 Gennaio

 

In un giudizio di divorzio, a seguito di riforma parziale della decisione di primo grado, la Corte di Appello competente disponeva a carico del padre l'obbligo di mantenimento nei confronti di un solo figlio della coppia per un importo pari a € 200,00 mensili.

Nel predetto giudizio la casa coniugale veniva assegnata all'ex moglie.

La donna ricorreva dinanzi alla Suprema Corte.

Parte ricorrente rilevava la mancata considerazione, ad opera del giudice territoriale, della situazione economica delle parti. Nello specifico osservava che l'assegno era stato disposto nei confronti di un solo figlio senza nulla prevedere riguardo al figlio maggiorenne di anni 27 il quale veniva considerato autonomo seppur in assenza di prova sulla raggiunta inidpendenza economica.

L'ex moglie evidenziava, altresì, l'omesso esame di quanto indicato nel ricorso introduttivo, che avrebbe condotto ad una diversa valutazione della situazione economica delle parti.

A parere degli Ermellini, la pronuncia di secondo grado era corretta; pertanto, il ricorso veniva respinto.

La Suprema Corte, infatti, riteneva che, nel corso del procedimento, non risultava dimostrato il mancato svolgimento dell'attività lavorativa. Inoltre non vi era prova sul fatto che il figlio si fosse adoperato per cercare una opportunità lavorativa consona alle proprie attitudini ed aspirazioni.

La Suprema Corte, nulla cambia in merito al dispositivo, ma modifica la motivazione del provvedimento precisando che il figlio maggiorenne ha diritto al mantenimento se questo, alla fine del percorso di studi, dimostri di essersi adoperato per trovare una occupazione lavorativa al fine di rendersi economicamente autosufficiente.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                

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Responsabilità medica e percentuali di sopravvivenza. (Corte di Cassazione, Sezione penale n. 36431 del 18.12.2020).

Responsabilità medica e percentuali di sopravvivenza.  ..[..]

  • Data: 10 Gennaio

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte ritorna sul tema della responsabilità medica ponendo l'attenzione, ai fini di una condanna per omicidio colposo del personale medico, sulla percentuale di sopravvivenza del paziente.

Il caso riguardava un paziente, affatto da grave patologia, e che necessitava di un intervento chirurgico con urgenza.

La struttura presso la quale il paziente si trovava in stato di ricovero non era in grado di effettuare l'intervento e provvedeva al trasferimento dello stesso presso struttura idonea ma senza, tuttavia, assicurare probabilità di sopravvivenza pari al 70% dopo l'intervento.

A seguito dell'intervento il paziente decedeva. I medici venivano condannati in solido con l'azienda sanitaria al pagamento di una provvisionale nonché al risarcimento dei danni.

In sede di appello i medici venivano assolti “perchè il fatto non sussiste” e veniva, per il resto, confermata la sentenza di primo grado.

La Corte di Appello escludeva il nesso causale tra la condotta dei medici e il decesso del paziente.

La vicenda giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove le parti civili lamentavano travisamento della prova e violazione di legge. L'azienda sanitaria, invece, rilevava che, a seguito dell'assoluzione dei medici, non venivano revocate le statuizioni civili.

Quanto alle ragioni delle parti civili gli Ermellini le consideravano infondate.

A parere dei giudici non vi era stato alcun travisamento della prova e l'insussitenza del nesso causale si basava sulle conclusioni rese dai CTU nominati dal PM.

In sostanza la decisione della Corte di merito appare corretta tenuto conto che una tempestiva disgnosi non avrebbe eliminato il ragionevole dubbio sulla morte del paziente.

Per quanto riguarda le argomentazioni dell'azienda sanitaria la Suprema Corte le considera fondate ed afferma che, a fronte dell'assoluzione dei due medici, la Corte di Appello avrebbe dovuto revocare le statuizioni civili.

Pertanto la sentenza veniva annullata con rinvio limitatamente alla conferma delle statuizioni civili.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                

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No all'esenzione Imu se il coniuge risiede in altro Comune (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 28534 del 15.12.2020).

No all'esenzione Imu se il coniuge risiede  ..[..]

  • Data: 8 Gennaio

 

La Suprema Corte ribadisce lo stop all'esenzione del pagamento Imu se i coniugi risiedono in due comuni diversi.

La pronuncia, nello specifico, aveva ad oggetto il pagamento dell'ICI ma il principio può risultare utile anche in materia di IMU.

Due coniugi, residenti in comuni diversi, ricevevano un avviso di accertamento relativo all'ici dell'anno 2010.

Gli Ermellini affermavano che, nel caso in cui il soggetto passivo sia coniugato, al fine di godere della detrazione sull'immobile dove uno dei due coniugi risulta residente, occorre che vi sia la coabitazione di entrambi.

Si ribadisce, infatti, che, per il riconoscomento dell'agevolazione fiscale,  non rileva la residenza dei singoli coniugi ma la residenza della famiglia.

Per quanto riguarda l'Imu anche la decisione della Corte del febbraio 2020 giungeva alle medesime conclusioni ovvero che ai fini dell'esenzione è necessario che i coniugi non solo dimorino abitualmente nell'immobile adibito ad abitazione principale ma che questi abbiano li anche la residenza anagrafica.

In caso contrario il beneficio riguarderà soltanto uno dei due immobili.

Sul punto la circolare del Mef del 2012 consentiva l'esenzione nel caso in cui i due coniugi abbiano residenza e domicilio fiscale in due comuni diversi, permettendo di poter beneficiare dell'agevolazione per entrambi gli immobili.

Tale assunto, però, contrasta con quanto affermato dalla giurisprudenza.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                

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