Il Covid 19 contratto sul luogo di lavoro è infortunio. Importantissima tutela per i nostri operatori sanitari secondo le direttive Inail.

Il Covid 19 contratto sul luogo di lavoro è infortunio ...[..]

  • Data:11 Aprile

 

 A seguito del dilagare dei contagi da Covid-19, è ricorrente la notizia di medici e operatori del 118 che hanno contratto il coronavirus e talvolta successivamente deceduti.

Oltre che, un ringraziamento morale al personale sanitario che eroicamente sta combattendo questa battaglia,   bisogna riconoscere come si sia subito formato un preciso convincimento secondo il quale contrarre il covid19 sul lavoro equivale a infortunio di lavoro.

E così al fine di fornire una adeguata tutela a coloro che hanno contratto il virus, è intervenuto l’art. 42 D.L. 18/2020 (c.d. “Cura Italia”) che stabilisce che sono a carico dell’INAIL le prestazioni economiche derivanti dal contagio da Covid-19 in occasione di lavoro, sia per il periodo di quarantena sia per la permanenza domiciliare fiduciaria.

Nel medesimo articolo, è stato anche chiarito che i predetti eventi sono da considerarsi di natura infortunistica.

Con una nota del 17 marzo 2020 prot. n. 3675 in materia di contagio del personale del SSN, l’INAIL ha definitivamente chiarito che “i contagi da Covid-19 di medici, di infermieri e di altri operatori di strutture sanitarie in genere, dipendenti del Servizio sanitario nazionale e, in generale, di qualsiasi altra Struttura sanitaria pubblica o privata assicurata con l’Istituto, avvenuti nell’ambiente di lavoro oppure per causa determinata dallo svolgimento dell’attività lavorativa, sono inquadrati nella categoria degli infortuni sul lavoro” e che  qualora “gli eventi infettanti siano intervenuti durante il percorso casa-lavoro, si configura l’ipotesi di infortunio in itinere”.

L’Istituto Previdenziale, in punto di nesso di causalità tra la contrazione del Covid-19 e l’ambiente lavorativo, ha altresì precisato che la tutela assicurativa si estende anche ai casi in cui l’identificazione delle specifiche cause e modalità lavorative del contagio si presenti problematica, poiché si presume che il contagio sia una conseguenza delle mansioni svolte.

Infatti, secondo quanto già stabilito dall’ INAIL nelle “Linee guida per la trattazione dei casi di malattie infettive e parassitarie”,  sebbene alcune infezioni si possano contrarre anche in circostanze estranee al lavoro, per i lavoratori che operano in un determinato ambiente e che sono adibiti a specifiche mansioni – quale quello del comparto sanità - con una ripetuta e consistente esposizione ad un particolare rischio, la presunzione dell’origine lavorativa è così grave da raggiungere quasi la certezza.

Tale interpretazione costituisce una valutazione favorevole al lavoratore che altrimenti dovrebbe dimostrare di aver contratto il virus in ambito lavorativo ma l'indicazione fornita – oltre che di buon senso – risulta anche di importanza pratica.

Sulla scorta della norma sopracitata, tutti i lavoratori che hanno contratto il virus in occasione di avranno di conseguenza diritto alle ordinarie prestazioni INAIL in caso di infortunio, quali ad esempio all’indennizzo per il periodo di inabilità temporanea assoluta e all’indennizzo in capitale o alla rendita per i postumi permanenti sempre in forza dell'art. 42 DL 18/2020.

L'auspicio è che l'emergenza sanitaria finisca il prima possibile però bisogna essere consci che se ciò avverrà è proprio perché il personale sanitario e parasanitario si trova attualmente in prima linea a lottare contro questo nemico invisibile e quindi gli scriventi ritengono doveroso, oltre che di buon senso, rafforzare tutte le misure di sicurezza tra cui quelle previdenziali oltre che preventive.

Bisogna tuttavia riconoscere che l'indirizzo espresso da INAIL, secondo quanto riportato nell'articolo, incontra favorevolmente i diritti dei lavoratori sanitari anche se è da auspicare una applicazione estensiva per tutti i lavoratori in attività essenziali (tra cui ad esempio trasportatori) che permettono al nostro paese di continuare a vivere in un momento di estrema difficoltà sanitaria e a cui va il nostro più sincero ringraziamento.

 

 

Articolo redatto dagli  Avv.ti Irene Vannozzi e Carlo Cavalletti (quest'ultimo abilitato alla difesa in Cassazione)

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Emergenza Covid-19: diritti dei lavoratori e responsabilità ex art. 2087 c.c. dei datori di lavoro

Emergenza Covid-19: diritti dei lavoratori e responsabilità datori di lavoro ...[..]

  • Data:17 Marzo

 

Per far fronte alla crescente emergenza dovuta alla diffusione del virus Covid-19, il Presidente del Consiglio è da ultimo intervenuto con il d.P.C.M. 11 marzo 2020 con il quale ha disposto per tutto il territorio nazione la chiusura di tutte le attività commerciali al dettaglio (ad esclusione delle  attività di vendita di generi alimentari e di prima necessità), la sospensione dell’attività di ristorazione e di quelle inerenti i servizi alla persona, prescrivendo al contempo che le Pubbliche Amministrazioni assicurino lo svolgimento in via ordinaria delle prestazioni lavorative in forma agile del proprio personale dipendente (art. 1 comma 6)

Nessuna limitazione allo svolgimento delle attività produttive e delle attività professionali purchè siano rispettate le raccomandazioni di cui all’art. 1 commi 7 e 8 (riferito alle sole attività produttive) del suddetto d.P.C.M. ovvero: limitazione degli accessi in entrata ed in uscita dagli stabilimenti, massimo utilizzo del c.d. smart working, incentivo alla fruizione di ferie e congedi retribuiti, sospensione dell’attività dei reparti aziendali non indispensabili alla produzione, incentivo alle operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro ricorrendo talvolta agli ammortizzatori sociali ed infine assunzione di protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento, adozione di strumenti di protezione individuale.

Si pensi quindi agli autotrasportatori (tra cui i conducenti di bus e metro), ai cassieri di supermercati, ai medici (e tutto il personale sanitario), agli operai, forse dell'ordine e ogni altra categoria che deve necessariamente lavorare per non far fermare il paese e la domanda, cui intendiamo rispondere è capire se attualmente sono rispettato i loro diritti e in particolare quello alla salute.

Ciò nonostante, all’indomani dell’emissione del d.P.C.M. si è registrato un crescente malcontento da parte dei sindacati nazioni che hanno minacciato scioperi proprio a causa dell’inadeguatezza delle misure adottate dai datori di lavoro che, in gran parte dei casi, non rispettano i protocolli di sicurezza di cui al d.P.C.M. 1 marzo 2020 che impongono: distanza minima di 1 metro tra persone anche nello svolgimento dell’attività lavorativa, utilizzo dei DPI ambienti sanificati ed igienizzati, regolamentazione dell’accesso agli spazi comuni anche delle aziende, mediante programmazione del numero di accessi contemporanei o mediante applicazione del c.d. criterio di distanza droplet, limitazione delle riunioni, facilitazione dei collegamenti da remoto ecc.

Peraltro, vista la situazione di emergenza dovuta al Covid-19, sarebbe opportuno che i datori di lavoro, oltre a rispettare le norme specifiche predisposte dal Governo, provvedano ad aggiornare il Documento dei Valutazione dei Rischi attraverso la profilazione del rischio del contagio da COVID-19 e l’elencazione delle relative misure di tutela ed attenuazione del rischio ovvero adottino un piano di intervento specifico redatto in collaborazione con il Servizio di Prevenzione e Protezione istituito ai sensi dell’art. 31 e ss. D. Lgs. 81/2008 e con il Medico Competente nominato ai sensi dell’art. 38 e ss. D. Lgs. 81/2008.

Ma che cosa accade se il datore di lavoro non si attiene alle prescrizioni ed un dipendente contrae il Coronavirus?

In base alla disciplina generale di cui all’art. 32 Cost. e all’art. 2087 c.c., il datore di lavoro è responsabile per il danno alla salute del lavoratore qualora non abbia adottato nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro.

Ovviamente, tra le misure da adottare vi sono anche quelle dettate in materia di prevenzione del contagio da Coronavirus, una tra tutte la fornitura dei DPI a spese dell’azienda, secondo quanto disposto dall’art. 74 D.Lgs. 81/2008, che invece sembrano scarseggiare nella gran parte degli ambienti lavorativi.

In punto di responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c., vi sono numerose sentenze della Suprema Corte che possono essere applicate anche al particolare caso del contagio da Coronavirus.

Una su tutte Cassazione Civile Lavoro - Sentenza n. 2626 del 5 febbraio 2014  secondo cui “Il datore di lavoro è obbligato non solo al rispetto delle particolari misure imposte da leggi e regolamenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro ma anche all’adozione di tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica del lavoratore.”.

Orbene, in caso di responsabilità, il datore di lavoro sarà chiamato a risarcire i danni alla salute patiti dal proprio dipendente.

Ed ecco quindi che è notizia delle ultime ore secondo la quale il Presidente del Consiglio garantirà a tutti i lavoratori gli strumenti di protezione idonei a prevenire la contrazione del Covid 19.

Ciò è anche l'auspicio degli scrivente e di tutto il popolo italiano che ringrazia i lavoratori che, con il loro impegno e la loro dedizione, riescono a far funzionare l'Italia in questi momenti difficilissimi.

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti e Irene Vannozzi.

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