Fine della convivenza more uxorio: esclusa la restituzione delle somme impiegate per la ristrutturazione dell'immobile. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 18721 del 01.07.2021).

Fine della convivenza more uxorio [..]

  • Data:14 Luglio

Il caso traeva origine da una azione intrapresa da un soggetto nei confronti dell'ex compagna convivente.

L'uomo citava in giudizio la donna al fine di ottenere la condanna al pagamento della somma pari a circa € 92.000,00 o alla diversa minor somma corrispondente a quanto pagato per i lavori di ristrutturazione eseguiti nell'immobile di proprietà della convenuta.

In primo grado la domanda trovava accoglimento e la donna, pertanto, veniva condannava al pagamento della somma di circa € 82,000,00 in quanto esborsi non riconducibili alla solidarietà conseguente alla comunanza di affetti.

Parte soccombente impugnava la decisione dinanzi alla Corte di Appello competente la quale accoglieva il gravame.

Secondo la decisione di secondo grado l'uomo aveva dato il consenso al verificarsi dello squilibrio patrimoniale, aveva partecipato attivamente ai lavori di ristrutturazione.

Le prestazioni effettuate dall'uomo venivano considerate dalla Corte come obbligazioni naturali che trovavano giustificazione nei doveri di carattere morale e civile di solidarietà e di assistenza nei confronti del partner e della figlia.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte dove l'uomo proponeva ricorso.

Parte ricorrente lamentava violazione e falsa applicazione dell'art 2041 c.c. in quanto la sentenza non aveva tenuto in considerazione che le prestazioni effettuate rientravano in un progetto di vita comune poi naufragato.

La Suprema Corte, ritenuto non fondato il motivo, rigettava il ricorso.

Gli Ermellini precisavano che l'importo delle operazioni effettuate doveva essere ricondotto  all'adempimento di un dovere morale e sociale non ripetibile ex art 2034 c.c.

Inoltre tali importi risultavano adeguati alle esigenze familiari, nonché rispettosi dei limiti di adeguatezza e proporzionalità di cui alla predetta norma.

La Corte ricordava, altresì, che la decisione impugnata risultava coerente con la giurisprudenza in base alla quale “un' attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio può configurarsi come adempimento di una obbligazione naturale allorché la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all'entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens”.

Inoltre la doglianza, nel caso di specie, risultando di merito e volta alla rivalutazione di dati processuali, non era deducibile in sede di legittimità.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti 

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