Sentenza Tribunale di Grosseto – sezione Lavoro – rg. 763/2018 “L’Inail deve corrispondere al lavoratore la malattia professionale di natura psichica subita a seguito della insorgenza delle placche pleuriche”.

L’Inail deve corrispondere al lavoratore la malattia professionale  ..[..]

  • Data: 13 Novembre

 

Proponiamo con il presente articolo un commento ad una importante sentenza emessa dal Tribunale di Grosseto con la quale il Giudice condanna l’Inail a risarcire il danno relativo alla malattia professionale psichica subita a seguito della insorgenza di placche pleuriche per le quali era già stato disposto l’indennizzo.

Ripercorriamo il caso.

Si rivolgeva allo Studio Legale Cavalletti un lavoratore che lamentava l’insorgenza di placche pleuriche a seguito della esposizione all’amianto sul luogo del lavoro ed a seguito delle quali aveva subito un danno, oltre che al sistema polmonare, anche di natura psichica.

La difesa avanzava richiesta all’Inail affinché il lavoratore fosse sottoposto a nuova visita e conseguentemente venisse riconosciuta come malattia professionale, non solo le placche pleuriche, ma anche quella psichica.

L’Inail informava il lavoratore del fatto che la collegiale medica si era pronunciata non riconoscendo la patologia psichica, confermando, dunque, la menomazione del 4%, per le sole placche pleuriche.

Per tali motivi gli avv.ti Carlo Cavalletti e Giacomo Pasquinicci promuovevano il giudizio nei confronti dell’Inail affinché venisse accertato che anche la patologia psichica che affliggeva l’assistito era conseguenza dell’esposizione all’amianto cui era stato sottoposto durante il lavoro alle dipendenze del proprio datore di lavoro.

Tale esposizione, in sintesi:

  • aveva determinato l’insorgere di placche pleuriche (già indennizzate dall’Inail);
  • aveva determinato l’insorgere del disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso misti (che l’Inail deve indennizzare) come da perizia che veniva allegata.

L’Inail eccepiva l’improponibilità del ricorso, in quanto non sarebbe stata presentata domanda amministrativa volta ad ottenere il riconoscimento della patologia psichica che affligge il ricorrente.

Sostenevano gli avv.ti Carlo Cavalletti e Giacomo Pasquinucci che, in diritto (v., ex multis, Cass. 5 marzo 2018, n. 5066), risulta assodato che “nell’ambito del sistema del TU, sono indennizzabili tutte le malattie di natura fisica o psichica la cui origine sia riconducibile al rischio del lavoro, sia che riguardi la lavorazione, sia che riguardi l’organizzazione del lavoro e le modalità della sua esplicazione; dovendosi ritenere incongrua una qualsiasi distinzione in tal senso, posto che il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni, sottoponendola a rischi rilevanti sia per la sfera fisica che psichica (come peraltro prevede oggi a fini preventivi l’art.28, comma 1 del tu. 81/2008).” E ciò, in quanto “fondamento della tutela assicurativa, il quale ai sensi dell’art.38 Cost., deve essere ricercato, non tanto nella nozione di rischio assicurato o di traslazione del rischio, ma nella protezione del bisogno a favore del lavoratore, considerato in quanto persona; dato che la tutela dell’art.38 non ha per oggetto l’eventualità che l’infortunio si verifichi, ma l’infortunio in sé; ed è questo e non la prima l’evento generatore del bisogno tutelato, sia in termini individuali che sociali, posto che, come riconosciuto dalla Corte Cost. l’“oggetto della tutela dell’art. 38 non è il rischio di infortuni o di malattia professionale, bensì questi eventi in quanto incidenti sulla capacità di lavoro e collegati da un nesso causale con attività tipicamente valutata dalla legge come meritevole di tutela” (sentenza n.100 del 2.3.1991)”.

Il Giudice del Tribunale di Grosseto - sezione Lavoro – ha accolto le ragioni esposte dal lavoratore motivando come la CTU abbia concluso nel senso che il lavoratore presentava un disturbo di ansia psichica dopo aver contratto una patologia asbesto correlata già riconosciuta come tecnopatia professionale. Tale disturbo ansioso è quindi eziologicamente riconducibile alla malattia professionale e come tale deve essere indennizzato.

Il Giudice ha altresì condannato l’Inail al pagamento delle spese processuali oltre che della CTU.

 

Commento dall' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

Commento dell' Avv. Giacomo Pasquinucci

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Va retribuito il tempo necessario per vestirsi sul luogo di lavoro cd. tempo tuta quando le operazioni di vestizione sono eterodirette” (Cassazione Sez. Lavoro n. 5437 anno 2019).

Va retribuito il tempo necessario per vestirsi sul luogo di lavoro cd. tempo tuta... ... 

  • Data: 11 Giugno
“Va retribuito il tempo necessario per vestirsi sul luogo di lavoro cd. tempo tuta quando le operazioni di vestizione sono eterodirette” (Cassazione Sez. Lavoro n. 5437 anno 2019).


Si segnala una importante decisione, sul cui argomento l'avv. Carlo Cavalletti aveva già pubblicato commenti a sentenze, relative al tempo impiegato dal dipendente per vestirsi e sulla retribuzione da parte del datore di lavoro.
Il caso prende spunto da due decisioni emesse da Tribunale di Firenze e la Corte d’Appello che avevno condannato il datore di lavoro al pagamento della retribuzione corrispondente al tempo richiesto dalle operazioni di vestizione e svestizione degli indumenti aziendali. Il tempo necessario per le operazioni è stato indicato in dieci minuti per ogni giornata lavorativa, sul presupposto che tali operazioni erano state assunte come eterodirette dal datore di lavoro sia in relazione al tempo che al luogo
La società resisteva alla decisione e presentava ricorso in Cassazione ma la Suprema Corte afferma, con la decisione in commento, che “al fine di valutare se il tempo occorrente per le operazioni di vestizione e svestizione, debba essere retribuito o meno occorre far riferimento alla disciplina contrattuale specifica distinguendo l’ipotesi in cui tale operazione, con riguardo al tempo ed al luogo, sia soggetta al potere di conformazione del datore di lavorodall’ipotesi in cui, per l’assenza di eterodirezione, le operazioni di vestizione e svestizione si configurino come atti di diligenza preparatoria all’esecuzione della prestazione e, come tali, non sono retribuiti”. Continua in motivazione la Suprema Corte cge “l’eterodirezione può derivare dall’esplicita disciplina d’impresa o risultare implicitamente dalla natura degli indumenti, o dalla specifica funzione che devono assolvere, quando gli stessi siano diversi da quelli utilizzati secondo un criterio di normalità sociale dell’abbigliamento (Cass. 28/03/2018, n 7738; Cass. 26/01/2016, n. 1352; Cass. 07/06/2012, n. 9215; Cass. 08/09/2006 n. 19273).
Peraltro la Corte di Casssazione pone l'attenzione, a fondamento delle sentenze di primo e secondo grado, su elementi quali ’“lobbligo di custodia degli indumenti in luogo aziendale”, il “divieto di fare uso di tali indumenti al di fuori del luogo di lavoro”, la “disciplina delle relative modalità temporali” delle operazioni di vestizione e svestizione, “che dovevano avvenire prima della timbratura in entrata e dopo la timbratura in uscita” a suffragio della imposizione datoriale secondo precise direttive imposte in azienda.
In considerazione di tali elementi si ritiene la natura eterodeterminata della vestizione così che la stessa dovrà essere retribuita.
In conclusione qualora l'attività in questione sia sottoposta a specifiche direttive aziendali secondo modalità predeterminate, come quelle esaminate, si ritiene che il “tempo tuta” debba essere retribuito.
La decisione appare importante anche per le aziende al fine di evitare contenzioni che andrebbero ad aggravare le spese.

Avv. Carlo Cavalletti Patrocinante in Cassazione

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Per accertare le differenze retributive del trasportatore non bastano i soli cronotachigrafi ma [..]

Per ottenere la cittadinanza occorre che lo straniero abbia risieduto in Italia senza interruzion [..]

  • Data: 31

“Per accertare le differenze retributive del trasportatore non bastano i soli cronotachigrafi ma occorrono anche altre prove esperite nel giudizio di accertamento” (Corte di Cassazione sentenza n. 6053 del 25 marzo 2016).

Il caso concerne una vertenza esperita da vari lavoratori per rivendicare differenze retributive relative ad ore di straordinari effettuati a favore di una ditta di autotrasporti.


Con la sentenza in commento la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha stabilito un interessante principio in tema di accertamento del lavoro prestato da un autotrasportatore, precisando che l'accertamento del lavoro straordinario prestato da un autotrasportatore, e della sua effettiva entità, non può fondarsi unicamente sui dischi cronotachigrafi, prodotti in originale od in copia fotostatica, ove da controparte ne sia disconosciuta la conformità ai fatti in essi registrati e rappresentati, in quanto da soli inidonei ad una piena prova, per la preclusione stabilita dall'art. 2712 cod. civ., occorrendo a tal fine che la presunzione semplice, costituita dalla contestata registrazione o rappresentazione anzidetta, sia supportata da ulteriori elementi, pur se anch'essi di carattere indiziario o presuntivo.
Il Tribunale di primo grado e successivamente la Corte di Appello avevano accolto le ragioni del lavoratore ritenendo provato il fatto costitutivo addotto proprio in forza dell'allegazione dei cronotachigrafi
La società datrice di lavoro proponeva ricorso per cassazione rilevando la erroneità e la carenza di motivazione della sentenza impugnata in ordine alla inutilizzabilità dei dischi cronotachigrafici essendo gli stessi stati disconosciuti.
La difesa del ricorrente riteneva infatti che le ore lavorate non possono essere desunte, solo ed esclusivamente, dai dischi e che quindi il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare le proprie ragioni con altri strumenti probatori.

Con la sentenza oggi commentata la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dalla datrice sui seguenti presupposti: seppur è vero che  che l'accertamento del lavoro straordinario prestato da un autotrasportatore,  non può fondarsi unicamente sui dischi cronotachigrafici ove da controparte ne sia disconosciuta la conformità ai fatti in essi registrati e rappresentati se la domanda non è sorretta da altri elementi probatori.
Pur tuttavia il ricorso viene rigettato poiché, a dire della Suprema Corte, la sentenza di condanna aveva trovato fondamento anche in forza delle prove testimoniali escusse nel giudizio di primo grado e che avevano confermato lo svolgimento delle ore suppletive.
Infine la CTU svolta nel giudizio di primo grado ha accertato le ore effettive di guida giornaliera ed ha quantificato, in base a quanto pagato e sulla base del contratto collettivo, le differenze dovute per il lavoro in più svolto e non considerato dal datore di lavoro.
Si tratta quindi di un principio molto importante quello espresso nella decisione della Suprema Corte di Cassazione che comporta, nell'affrontare cause per i trasportatori, l'utilizzo dei dischi ma anche di altre prove come ad esempio i colleghi, i ddt e ogni altro documento utile.

 


commento Avv. Carlo Cavalletti
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