In caso di danni al paziente è responsabile il medico delegante se non controlla l'operato dei delegati. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50619 del 10.12.2019).

In caso di danni al paziente è responsabile il medico ...[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della responsabilità del medico apicale in caso di danni causati ai pazienti da personale da lui delegato.

Nel caso di specie un dirigente medico veniva accusato di aver contribuito al decesso di un paziente a seguito di alcuni errori diagnostici effettuati da altri medici della struttura.

Nello specifico il “primario” veniva accusato di non aver svolto le proprie funzioni di indirizzo e controllo sull'operato dei medici, suoi dipendenti, nonché di non aver impartito le direttive ed istruzioni terapeutiche adeguate.

Tale comportamento avrebbe avuto un effetto concausale con l'evento morte.

La Cassazione ricorda la funzione di garanzia che il dirigente mantiene a tutela della salute dei pazienti affidati alla struttura. Egli, infatti, ha il potere-dovere di impartire le direttive, di verificare e vigilare l'attività autonoma e delegata svolta dai medici presenti nella struttura.

Pertanto, nel caso in cui il medico adempia ai propri compiti in maniera corretta non risponde, in prima persona, degli eventuali danni causati da un medico appartenente alla propria struttura.

Nel caso in esame la Suprema Corte accoglieva il ricorso del medico relativamente all'applicazione della misura restrittiva della sospensione dall'esercizio della professione per sei mesi per l'eventualità che il fatto potesse reiterarsi.

A parere della Corte, dagli elementi presenti, non risultavano esigenze cautelari, sottese alla misura interdittiva, pertanto, il caso veniva rinviato al Tribunale per un nuovo esame.


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Non è configurabile il reato di diffamazione se l'offeso non è identificabile (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 49435 del 05.12.2109).

Non è configurabile il reato di diffamazione...[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Il caso in esame concerne la configurabilità del reato di diffamazione nel caso in cui il soggetto, a cui sono rivolte le espressioni, potenzialmente lesive, non sia identificabile.

Due soggetti venivano imputati del reato di cui all'art. 595 c.p. per aver affisso, alla finestra di loro proprietà, un cartello, contenente una espressione offensiva e posto di fronte all'abitazione della persona offesa.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello assolveva i due imputati per la particolare tenuità del fatto.

In sede di appello veniva sollevata la questione relativa all'esatta individuazione del soggetto offeso, inoltre, l'espressione meritevole di rilievo non consentiva di identificare il destinatario.

La questione giungeva dinanzi alla Suprema Corte, dove gli imputati proponevano ricorso per motivi di legittimità.

La Cassazione accoglieva il ricorso degli imputati e fornisce chiarimenti in merito agli elementi del reato di diffamazione.

In primo luogo gli Ermellini affermano di non doversi procedere in relazione all'illecito penale di ingiuria in quanto, a seguito della depenalizzazione, non è previsto dalla legge come reato.

Per ciò che riguarda il reato di diffamazione la Corte ritiene che, al di là delle implicazioni soggettive di colui che recepisce la frase come offensiva, nel caso di specie, l'espressione ritenuta potenzialmente lesiva, non ha una valenza negativa e dispregiativa, pertanto, non ha “un'effettiva portata lesiva dell'altrui reputazione.

Ciò posto, a parere della Corte non risulta integrata la fattispecie del reato di diffamazione.

L'espressione, infatti, seppur idonea a generare una reazione emotiva del soggetto, non ha assunto alcuna valenza specifica e non si evince un collegamento con la persona a cui era indirizzata percepibile da parte di soggetti terzi.

La Corte aggiunge che, in tema di reato di diffamazione, la giurisprudenza è molto chiara e rigorosa richiedendo l'individuazione del soggetto passivo, in mancanza del quale la fattispecie non può ritenersi integrata.


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Possibile il rifiuto dell'acquirente a stipulare il contratto di compravendita definitivo se il venditore non ha comunicato la provenienza dell'immobile. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32694 del 12.12.2019).

Possibile il rifiuto dell'acquirente a stipulare il...[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Con la decisione in esame la Suprema Corte affronta il tema della vendita di un immobile, quando questo è stato ricevuto dal venditore tramite donazione.

In particolare il caso analizza la questione dal punto di vista del promissario acquirente ignaro della provenienza dell'immobile al tempo della stipulazione del contratto preliminare.

Il promissario acquirente, appreso, solo successivamente alla stipula del preliminare che l'immobile in questione era stato donato al venditore dai genitori, agiva in giudizio chiedendo l'annullamento del contratto, la restituzione della caparra nonché il risarcimento del danno.

Il tribunale rigettava la domanda e la Corte di Appello confermava la sentenza.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione.

Gli Ermellini accoglievano alcuni motivi del ricorso e nell'analizzare la fattispecie richiamano precedenti in materia ai quali, con la pronuncia in esame, danno continuità.

La Suprema Corte, infatti, ribadisce che, nel caso in cui un bene immobile provenga da una donazione, sussiste il pericolo che venga esercitata l'azione di riduzione, tale rischio effettivo di rivendica consente al compratore di sospendere il pagamento o pretendere la prestazione di una garanzia.

Inoltre nel caso di specie la provenienza veniva taciuta all'acquirente.

Sul punto la Corte, richiamando una precedente pronuncia in materia di mediazione, afferma che : “la provenienza da donazione dell'immobile promesso in vendita costituisce circostanza relativa alla valutazione e alla sicurezza dell'affare rientranti nel novero delle circostanze influenti sulla conclusione di esso che il mediatore deve riferire ex art 1759 c.c. alle parti”.

In base a tale assunto, a parere dei Supremi Giudici, tale circostanza non può essere taciuta dal  venditore.

In definitiva il promissario acquirente, ignaro della provenienza dell'immobile,  può rifiutare la stipula del contratto definitivo di compravendita.


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Validità dell'autovelox mobile anche se posizionato a meno di un km dal cartello. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 32104 del 09.12.2019).

Validità dell'autovelox mobile anche se posizionato a meno di....[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Con la pronuncia in esame la Corte fornisce dei chiarimenti in materia di corretto posizionamento dell'autovelox mobile.

La vicenda riguardava un conducente il quale proponeva opposizione all'ordinanza- ingiunzione irrogatagli dal Prefetto per aver superato il limite di velocità per oltre 10 km/h.

Il Giudice di Pace competente rigettava l'opposizione.

Il conducente, pertanto, impugnava la decisione e il Tribunale in riforma della sentenza, accoglieva il ricorso. Secondo il giudice competente per l'impugnazione l'art 25, comma 2, della Legge 120/2010 nel prevedere che i dispositivi di rilevamento della velocità fuori dai centri abitati devono essere posizionati rispettando la distanza di un km dal cartello che impone il limite è applicabile sia ai dispositivi fissi che a quelli mobili.

Nel caso in esame l'accertamento avveniva con dispositivo a disposizione della pattuglia mobile posizionato ad una distanza inferiore ad un km dal segnale di limitazione della velocità.

La Prefettura, pertanto, proponeva ricorso, sostenendo l'errata applicazione ed interpretazione della norma al caso di specie posto che, l'accertamento avveniva in modalità manuale con la presenza degli agenti di Polizia. In questi casi non risulta necessario il rispetto del limite di un km.

La Suprema Corte, accoglieva il ricorso della Prefettura, ha cassato la sentenza impugnata e ha rinviato ad un diverso magistrato del Tribunale monocratico.

A parere degli Ermellini: nell'ipotesi di accertamento eseguito con modalità manuale mediante apparecchi elettronici nella diretta disponibilità della polizia stradale e dagli stessi agenti gestiti con la presenza in loco, quest'ultima predisposizione rappresenta un elemento ulteriore  per effetto del quale l'utente è messo nelle condizioni di avvistare, con maggiore anticipo, la stessa posizione di rilevamento, così rimanendo giustificata l'esclusione dell'osservanza del predetto limite di 1 Km previsto dall'art. 25, comma 2, della legge n. 120/2010."


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Necessario l'accordo sindacale per installare la videosorveglianza nel luogo di lavoro. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 50919 del 17.12.2019).

Necessario l'accordo sindacale per istallare la....[..]

  • Data: 17 Gennaio

 

Il caso riguarda l'installazione di sistemi di videosorveglianza nei luoghi di lavoro.

Nello specifico un datore di lavoro installava, all'interno dell'azienda, 16 telecamere al fine di controllare l'accesso nei locali ed utilizzarle come deterrente per eventi criminosi nonché per controllare i lavoratori nello svolgimento delle loro mansioni.

In primo grado l'imputato veniva condannato al pagamento di una ammenda pari ad € 1,000,00 per aver violato l'art 114 e 171 del d.lgs 196/2003 e gli artt. 4 comma 1 e 38 della legge n. 300/1970.

Tale installazione avveniva senza preventivo accordo sindacale o autorizzazione da parte  dell'Ispettorato del Lavoro.

Il tribunale rilevava che l'imputato avesse, dopo la contestazione, rimosso le telecamere ma non aveva provveduto a pagare l'oblazione amministrativa, inoltre, il datore di lavoro aveva installato le telecamere prima dell'autorizzazione da parte dell'ispettorato.

A parere del giudicante, il consenso scritto dei lavoratori, depositato dall'imputato, non è sufficiente affinchè possa ritenersi legittimo il sistema di videosorveglianza, sia perchè, nel caso di specie,  successivo all'installazione, sia perchè non sostitutivo dell'accordo sindacale o dell'autorizzazione dell'Ispettorato.

L'imputato, pertanto, ricorreva in appello, ricorso poi convertito in ricorso per Cassazione in ossequio al principio del favor impugnationis.

Secondo l'imputato la motivazione della sentenza impugnata era illogica in quanto il datore di lavoro, gestendo un locale pubblico, è legittimato al controllo nell'interesse dei dipendenti, inoltre, in presenza del consenso dei lavoratori, la condotta non avrebbe dovuto assumere rilevanza penale.

La Corte respingeva il ricorso del datore di lavoro.

I Supremi Giudici chiarivano, infatti, che, soltanto per ragioni di sicurezza o di tutela del patrimonio aziendale, la legge riconosce la possibilità per il datore di lavoro di installare delle telecamere previo accordo sindacale o autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro.

Circostanze non ravvisate nel caso in esame.

Per ciò che riguarda il consenso scritto dei dipendenti la Corte precisa che non è sufficiente a scriminare la condotta del datore di lavoro dal punto di vista penale. Il lavoratore, in quanto soggetto debole del rapporto, non può provvedere, autonomamente, al riguardo, ma la regolamentazione di tali interessi è affidata alle rappresentazioni sindacali o ad un imparziale organo pubblico.


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“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

 Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure ..[..]

  • Data: 12 Dicembre

“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

Si tratta di un ricorso promosso dal convivente e dai familiari dello stesso che lamentavano come la Corte di Appello avesse solo ricompreso, ai fini del risarcimento, i familiari di sangue senza considerare che la vittima in questione era stabilmente inserita, ormai da molti anni, nel nucleo familiare di essi ricorrenti e trattata come un vero e proprio stretto congiunto.
Nel caso il sinistro era avvenuto nel territorio di Grosseto e sia il Tribunalcompetente territorialmente che la Corte di Appello di Firenze avevano negato il diritto al risarcimento danno dei conviventi.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e le motivazioni in esso allegate, ricordando come già nel diritto penale si sia equiparato ai prossimi congiunti quei soggetti che, pur non legati da un rapporto di parentela con la persona offesa dal reato, siano alla stessa legati da «relazione affettiva» e da «stabile convivenza».
Si tratta pertanto di analizzare tale aspetto nel diritto civile ove è stato accertato che perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare  è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico. Ed inoltre , sempre nel diritto civile, è stato stabilito che si integra un danno risarcibile il pregiudizio recato al rapporto di convivenza, da intendere quale stabile legame tra due persone caratterizato da duratura comunanza di vita e di affetti.
Tali assunti erano stati disattesi dalla Corte di Appello di Firenze nel cui procedimento erano stati escussi testimoni che avevano confermato come  la vittima fosse stabilmente inserita nel nuovo nucleo familiare tanto che veniva trattata come un familiare di sangue.
Si allega passo della decisione secondo cui «perché  possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 Cost.. (Sez. 3, Sentenza n. 4253 del 16/03/2012, Rv. 621634 - 01)”.
Quindi la Corte di Cassazione compie una netta distinzione tra forme di convivenza riconoscendo il diritto ad essere risarciti a quei familiari che, in modo stabile e duraturo, hanno una relazione anche nel tempo con la vittima.
Peraltro, sempre la Corte di Cassazione, amplia il risarcimento del danno del convivente ricomprendendo non solo il danno iure proprio ma bensì anche quello iure hereditatis relativo al danno subito dalla vittima nel periodo tra l'evento e la morte.


Commento Avv. Carlo Cavalletti
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