Onere della prova in capo al lavoratore anche in caso di “straining"

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  • Data: 29 Ottobre

Onere della prova in capo al lavoratore anche in caso di “straining”. (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 24883 depositata il 04.10.2019).

La fattispecie analizzata dalla Suprema Corte, nella sentenza in esame, riguardava l'eventuale risarcimento del danno in casi di straining ovvero in casi di condotta offensiva, meno grave del mobbing, posta in essere dal datore di lavoro nei confronti del lavoratore.

In particolare l'analisi della Corte si incentrava sull'onere probatorio.

Il caso sorgeva a seguito di un ricorso, presentato da una lavoratrice, la quale chiedeva il riconoscimento delle condotte di mobbing e/o straining a seguito di demansionamento all'interno della società, datrice di lavoro.

In primo grado e in appello la domanda veniva respinta.

Secondo la Corte di Appello risultava una carenza probatoria in merito a vari profili non colmabile dal giudice in quanto è onere del lavoratore dimostrare il danno lamentato.

La lavoratrice, pertanto, ricorreva in Cassazione.

La Suprema Corte rigettava il ricorso e confermava il ragionamento seguito dai giudici di appello.

A parere della Corte, nel caso di specie, non risultavano prove rilevanti ed idonee a configurare né la condotta di mobbing né quella di straining.

Gli Ermellini precisavano, altresì, che, ai sensi dell'art 2087 c.c. il lavoratore che lamenta di aver subito un danno alla salute, in seguito all'attività lavorativa svolta, ha l'onere di provare l'esistenza del danno, la nocività del luogo di lavoro nonché il nesso causale tra il danno e l'ambiente nocivo.

Solo a seguito della prova fornita dal dipendente, sorgerà in capo al datore di lavoro l'onere di provare di aver adottato tutte le cautele necessarie ed opportune al fine di evitare il danno.

In assenza di quanto sopra il giudice non può colmare la carenza o l'inerzia probatoria sui fatti costitutivi della domanda.

Commento dell' Avv. Mariangela Caradonna

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L'indipendenza economica del figlio maggiorenne e obbligo di mantenimento. (Corte di Cassazione, Sez. Civile, ordinanza n. 19696 depositata il 22.07.2019).

L'indipendenza economica del figlio maggiorenne e obbligo di mantenimento [..] 

  • Data: 02 Settembre

 

L'indipendenza economica del figlio maggiorenne e obbligo di mantenimento. (Corte di Cassazione, Sez. Civile, ordinanza n. 19696 depositata il 22.07.2019).

 

Con la pronuncia in esame la Corte chiarisce fino a quando il genitore è tenuto al mantenimento dei figli, nello specifico quando questi si possono definire economicamente autosufficienti.

La vicenda prendeva le mosse dalla richiesta di un padre il quale, agiva in giudizio e chiedeva la revoca dell'obbligo di mantenimento dei due figli maggiorenni e dell'assegnazione della casa familiare. Sosteneva che entrambi i figli fossero divenuti economicamente autosufficienti.

La madre proponeva opposizione adducendo che uno dei due figli svolgeva solo lavoro occasionale e l'altro aveva subito una riduzione dei guadagni.

Il Giudice accoglieva la richiesta del marito ma in appello la sentenza veniva riformata.

Secondo la Corte di Appello il marito non aveva dimostrato l'autosufficienza economica dei figli.

La questione giungeva in Cassazione, la quale non condivide la decisione della Corte di Appello.

Nello specifico, a parere della Corte, la prova del raggiungimento dell'autosufficienza economica del figlio non grava sul genitore che propone richiesta di revoca dell'obbligo di mantenimento.

La Corte, infatti, specifica che il genitore ha il dovere di assicurare ai figli la possibilità che questi completino il percorso di formazione in modo che possano essere in grado di lavorare e rendersi indipendenti.

Per quanto riguarda la prova del grado di capacità lavorativa, la Suprema Corte afferma che questa può desumersi, anche, in via presuntiva dalla formazione nonché dal mercato del lavoro.

La prova contraria, invece, sarà in capo al figlio, il quale dovrà dimostrare che, nonostante abbia completato il percorso formativo e quindi sia capace di lavorare, non riesca ad ottenere una remunerazione sufficiente per cause estranee alla sua responsabilità.

La Corte aggiunge che comunque vanno valutati altri fattori quali l'età, il tempo necessario per finire la formazione e in generali i fattori che incidono sul tenore di vita.

Secondo il ragionamento della Corte l'ingresso nel mondo del lavoro, anche con retribuzione minima, comporta che il soggetto, capace di lavorare, possa nel tempo migliorare la propria condizione economica.

Tale passaggio segna, pertanto, la fine dell'obbligo di mantenimento in capo al genitore obbligato.

Nel caso di specie la Corte ha accolto il ricorso del padre.

 

 

Commento dell' Avv. Mariangela Caradonna

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Il reato di omicidio stradale e di lesioni personali stradali gravi alla luce della legge n. 41/2016.

Il reato di omicio stradale e di lesioni personali stradali [..] 

  • Data: 22 Luglio

Il reato di omicidio stradale e di lesioni personali stradali gravi alla luce della legge n. 41/2016.

 

A seguito dei fatti di cronaca avvenuti nelle ultime settimane appare opportuno esaminare l'assetto normativo in caso di reati derivanti dalla violazione delle norme del codice della strada.

Di recente, infatti, si contano molte vittime, soprattutto tra i giovani, a seguito di sinistri stradali, spesso causati da soggetti alla guida poco attenti o in stato di alterazione psicofisica.

Il regime, attualmente in vigore, prevede pene più severe ma ciò nonostante il numero delle vittime è in aumento.

Forse la scarsa conoscenza della legge, ma soprattutto la poca conoscenza della pena prevista dalle norme genera l'erronea convinzione della non punibilità della condotta negligente o imprudente.

La legge n. 41 del 23.03.2016 ha introdotto due nuove fattispecie di reato, ovvero il reato di  omicidio colposo stradale previsto e punito dall'art 589 bis  c.p. e il reato di lesioni personali stradali gravi o gravissime previsto e punito dall'art. 590 bis c.p.

Nonostante siano passati ormai alcuni anni dall'entrata in vigore della predetta legge, a nostro avviso, appare utile esaminare le norme e il regime sanzionatorio che consegue alla loro violazione. Ciò, al fine di portare maggior conoscenza delle novità introdotte e maggiore consapevolezza delle conseguenze.

La ratio della legge mira a tutelare il bene giuridico dell'incolumità personale.

Secondo la logica del legislatore, solo attraverso un inasprimento del regime sanzionatorio, il bene giuridico dell'incolumità personale può essere, maggiormente, tutelato.

La nuova disciplina riguarda non solo le condotte derivanti da negligenza, imprudenza o semplice disattenzione nel rispetto delle norme basilari ma anche le condotte, gravemente colpose e pericolose, in cui l'evento lesivo si determina per alterazione psicofisica a seguito di assunzione di sostanze stupefacenti o di alcol.

L'art 589 bis c.p. prevede tre diverse ipotesi di reato di omicidio colposo stradale alle quali corrispondono tre diversi gradi di regime sanzionatorio.

La norma punisce con la reclusione da due a sette anni“chiunque cagiona per colpa la morte di una persona a seguito della violazione delle norme che disciplinano la circolazione stradale”.

La pena è della reclusione dagli otto ai dodici anni nel caso in cui il soggetto si trovi alla guida con alterazione psicofisica in seguito all'assunzione di sostanze stupefacenti o con un tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l.

L'ultima ipotesi prevede, invece, la pena della reclusione dai cinque ai dieci anni  se il tasso alcolemico è tra 0,8 e 1,5 g/l.

Alla medesima pena è assoggettato il conducente che:

  • circoli nel centro urbano ad una velocità pari al doppio di quella consentita e comunque non inferiore ai 70km/h o che circoli su strade extraurbane ad una velocità superiore di almeno 50km/h rispetto alla velocità massima consentita;
  • attraversi un'intersezione con il semaforo rosso o sia contromano;
  • inverta il senso di marcia in prossimità di intersezioni, curve o dossi o compia un sorpasso nei pressi di un attraversamento pedonale o in presenza di linea continua.

La pena più grave della reclusione dagli otto ai dodici anni è, altresì, applicata al conducente in stato di ebbrezza, seppur lieve, ma che svolga l'attività professionale di trasporto di persone o cose.

La riforma trattata ha introdotto anche l'aggravante, ad efficacia comune, per chi si trovi alla guida sprovvisto di patente o con patente sospesa o revocata ed una aggravante ad efficacia speciale, prevista dall'art 589 ter c.p, e che riguarda il caso in cui il conducente, responsabile di omicidio stradale, sia fuggito a seguito dell'incidente.

Oltre alle circostanze di cui sopra, l'art 589 bis c.p. prevede, anche, l'applicazione dell'attenuante ad efficacia speciale, con diminuzione della pena fino alla metà, nel caso in cui la morte non derivi esclusivamente dall'azione od omissione del soggetto colpevole.

Tra le novità introdotte dalla legge n. 41 del 2016 segnaliamo anche le conseguenze previste sulla patente,  in determinati casi è infatti disposta la revoca o la sospensione della stessa.

Per quanto riguarda il regime della prescrizione la legge prevede il raddoppio dei termini di prescrizione nel caso in cui il soggetto, ritenuto colpevole, sia in stato di ebbrezza o abbia assunto sostanze stupefacenti.

Inoltre il legislatore ha previsto che le perizie possono essere disposte d'ufficio dal Giudice o, nei casi in cui vi sia urgenza o la possibilità di pregiudicare le indagini, dal Pubblico Ministero

Infine, nel caso in cui siano coinvolti più soggetti la pena applicata è quella prevista per la violazione più grave, aumentata sino al triplo.

La seconda norma introdotta è l'art 590 bis c.p. la quale disciplina il reato di lesioni stradali.

Anche in questo caso il legislatore prevede tre diversi regimi sanzionatori riconducibili alle fattispecie  di cui all'art. 589 bis c.p. con l'applicazione delle medesime circostanze aggravanti ed attenuanti.

L'unica differenza tra le due norme riguarda il caso di lesioni plurime dove la pena, aumentata fino al triplo, non può essere superiore ai sette anni.

Il quadro normativo descritto mostra l'intento chiaro e condivisibile del legislatore che, purtroppo, si scontra con i fatti di cronaca, non certo positivi, delle ultime settimane.

Appare, pertanto, legittimo chiedersi quale sia “l'elemento debole della catena”, il sistema normativo, i controlli non sufficienti o ancora la spasmodica ricerca del “divertimento” non sano ed illegale.

Auspichiamo che la maggiore conoscenza della legge possa, insieme, ad una maggiore consapevolezza, responsabilizzare tutti per una maggiore sicurezza di noi stessi e degli altri.

 

 

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti  e dall' Avv. Mariangela Caradonna

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