Condannato il marito che compie atti persecutori ai danni dell'ex moglie. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 31533 del 11.08.2021)

Condannato il marito che compie atti persecutori ai danni [..]

  • Data:11 Settembre

 

Il caso riguardava un uomo, imputato per il reato di atti persecutori ai danni dell'ex moglie, il quale veniva condannato sia in primo grado che in sede di impugnazione.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte asserendo di essere stato lui stesso vittima di condotte denigratorie commesse dall'ex moglie.

Parte ricorrente affermava che la sua intenzione era quella di sorvegliare la figlia la quale era collocata presso la madre. Contestava, altresì, la mancata ammissione dei documenti da cui risultava l'atteggiamento della donna lesivo nei suoi confronti.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso ritenendolo inammissibile in quanto generico.

A parere della Suprema Corte la vittima della vicenda non era il marito. Questo, infatti, ha tenuto nei confronti dell'ex coniuge una condotta “gravemente persecutoria”.

La donna, inoltre, era stata vittima di maltrattamenti ed era separata dal marito.

Dalle prove erano emersi appostamenti, frasi intimidatorie, finalizzate ad impedire alla moglie di rifarsi una vita e non a controllare la figlia come sostenuto dall'imputato.

Emergeva, infatti, una possessività dell'uomo nei confronti della donna.

Inoltre lo stato di ansia e di paura in capo alla vittima e generati dalle condotte dell'uomo contribuivano a confermare la riconducibilità delle azioni compiute dall'imputato al reato di atti persecutori.

                                                                                                                                                                                                                                                 

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti

(abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione)

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Atti persecutori nei confronti dell'ex compagna. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 15621 del 26.04.2021).

Atti persecutori nei confronti dell'ex[..]

  • Data:15 Maggio

 

Il caso in esame analizza la condotta di un soggetto posta in essere nei confronti dell'ex compagna.  L'uomo, con la scusa di vedere il figlio nato dalla loro relazione, perseguitava la donna costringendola ad uscire meno di casa o a farsi accompagnare.

Il soggetto veniva condannato anche dal giudice di seconde cure ad un anno di reclusione ed al risarcimento dei danni nei confronti della persona offesa.

L'imputato, a quel punto, ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove contestava il reato, sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo, deduceva motivazione illogica in relazione alla prova del reato. Parte ricorrente rilevava, altresì, la mancata riqualificazione del reato di atti persecutori in molestia o disturbo alle persone di cui all'art 660 c.p. nonché il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche.

Il ricorso veniva ritenuto inammissibile per vari ragioni.

In primo luogo la Corte evidenziava che l'imputato veniva condannato per il reato di atti persecutori in quanto molestava in modo ossessivo l'ex compagna costringendo la stessa a cambiare abitudini di vita ed inducendo in essa un grave stato di ansia.

A nulla rilevava il pretesto addotto dal ricorrente alla base delle condotte ovvero di volersi prendere cura del figlio.

La Corte precisava, altresì, in merito alla valutazione delle prove che la persona offesa risultava credibile così come i testimoni e le prove risultanti dai messaggi telefonici acquisiti.

Per ciò che riguarda, invece, la riqualificazione del reato in molestia o disturbo alle persone gli Ermellini escludono la configurabilità di tale fattispecie considerato che la vittima, non solo viveva in uno stato di ansia, ma era stata costretta, a causa delle condotte subite, a cambiare le proprie abitudini di vita.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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