Il tempo di permanenza dei genitori separati con i figli è stabilito nell'interesse della prole. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 17221 del 16.06.2021).

Il tempo di permanenza dei genitori separati [..]

  • Data:24 Giugno

 

Nella decisione in esame la Suprema Corte esamina la problematica relativa alla determinazione del tempo di permanenza dei genitori separati con i figli.

Nel caso di specie, in un giudizio di separazione, in sede di appello veniva confermato l'affidamento condiviso dei figli con collocamento prevalente presso la madre.

La Corte ampliava il tempo di permanenza della prole con il padre durante le vacanze estive, revocava l'assegno di mantenimento nei confronti della moglie e rigettava la richiesta di riduzione dell'assegno di mantenimento per i figli.

L'uomo ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove evidenziava due motivi di doglianza.

Preliminarmente contestava la distribuzione del tempo da trascorrere con i figli il quale doveva essere diviso a metà e lamentava, a tal proposito, condotte ostruzionistiche in capo all'ex moglie.

Contestava, inoltre, il mancato accoglimento della richiesta di riduzione dell'assegno considerata la diminuzione del suo reddito.

Gli Ermellini rigettavano il ricorso ed effettuavano alcune precisazioni in merito.

La Corte, infatti, in relazione alla distribuzione del tempo di permanenza dei figli presso i genitori, pur ricordando il principio consolidato in base al quale, in assenza di ragioni ostative, il regime di affidamento deve prevedere una frequentazione paritaria dei genitori con il figlio, precisava che il giudice, può individuare, nell'interesse della prole, un assetto che si discosti dal predetto principio e che sia volto ad assicurare al minore un assetto più confacente al suo benessere.

Ne discende che il tempo che i figli possono trascorrere con i genitori non può basarsi su un assetto simmetrico e paritario ma sarà frutto di una ponderata valutazione del Giudice.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti abilitato alla difesa dinanzi alla Corte di Cassazione

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Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 27207 depositata il 23.10.2019).

 Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre ...[..]

  • Data: 22 Novembre 

Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 27207 depositata  il 23.10.2019). 

La vicenda in esame prendeva le mosse da un ricorso presentato da un padre a seguito della separazione. Il genitore in questione agiva contro il provvedimento che stabiliva l'affidamento condiviso della figlia con collocamento presso la madre e che prevedeva la sospensione degli incontri con il padre per un certo periodo.

Il provvedimento prevedeva, altresì, che i genitori intraprendessero un percorso di sostegno psicoterapico per la figlia.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettavano la domanda di modifica delle condizioni di separazione promossa dal padre.

Il ricorrente chiedeva l'applicazione dei provvedimenti ex art 709 ter c.p.c. nei confronti dell'altro genitore, ritenendolo causa dell'allontanamento della figlia.

I Giudici rilevavano che la decisione della ragazza di non incrementare gli incontri con il genitore fosse una sua scelta personale e non legata alla volontà e/o all'influenza della madre.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione la quale condivideva la valutazione della Corte territoriale, svolta anche sulla base della consulenza tecnica d'ufficio e sulle relazioni dei servizi sociali e rigettava il ricorso.

La Suprema Corte rilevava come l'atteggiamento assunto dalla minore, divenuta maggiorenne nel corso del giudizio, nei confronti del padre, fosse una sua scelta e non riconducibile ad un plagio ad opera della madre.

Sulla base di tali argomentazioni la Corte riteneva i fatti emersi non idonei a fondare la domanda diretta ad ottenere i provvedimenti ex art 709 ter c.p.c.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Niente mantenimento per la moglie che si licenzia (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 26594 del 18.10.2019).

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  • Data: 22 Novembre 

Niente mantenimento per la moglie che si licenzia (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 26594 del 18.10.2019).

La questione  sorgeva a seguito di un giudizio instaurato al fine di dichiarare la cessazione degli effetti civili del matrimonio.

Il Tribunale assegnava i figli all'ex marito e prevedeva la corresponsione da parte dello stesso di un assegno di mantenimento, pari ad € 200,00, per i figli e di un assegno divorzile, di pari importo, per la moglie.

In appello veniva accolta la richiesta del marito e respinta quella della moglie volta ad ottenere l'aumento dell'assegno nonché l'affidamento condiviso dei figli.

La Corte rilevava come la moglie percepiva un reddito da lavoro dipendente fino a quando la stessa, decidendo di trasferirsi dai propri genitori, si licenziava.

Sulla base di ciò la Corte revocava l'assegno divorzile. Nello specifico riteneva l'atteggiamento della donna passivo nei confronti dei figli, rilevava, altresì come la stessa, ancora giovane, avrebbe potuto continuare a lavorare o cercare un altro lavoro in base alle sue necessità.

L'ex moglie, ricorreva, pertanto, in Cassazione.

La Suprema Corte respingeva il ricorso della donna e richiamava la sentenza delle Sezioni Unite n. 18287/2018 in base alla quale: “il riconoscimento dell'assegno di divorzio....richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge istante e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive”.

Nel caso in esame l'impossibilità della donna di procurarsi mezzi economici non dipendeva da una incapacità lavorativa o da fattori esterni ma da una libera scelta della stessa la quale, licenziandosi, ha  abbandonato un lavoro che le consentiva di avere un reddito fisso.

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