Diritto Penale

Medico condannato al risarcimento anche se assolto in sede penale. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 22520 del 10.09.2019).

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  • Data: 04 Dicembre 

Medico condannato al risarcimento anche se assolto in sede penale. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 22520  del 10.09.2019).

La vicenda sorgeva a seguito del decesso di un soggetto a causa di una mancata diagnosi.

L'uomo si era recato al pronto soccorso lamentando dei problemi respiratori ma veniva dimesso con diagnosi errata e senza che venissero effettuati ulteriori accertamenti.

Successivamente alle dimissioni rientrava a casa e decedeva per insufficienza cardio- respiratoria.

In primo grado il medico veniva condannato per omicidio colposo, in appello, invece, veniva assolto per insufficienza di prove sul nesso causale tra la condotta omissiva e l'evento morte.

La Corte di Cassazione sezione penale, annullava la sentenza ai soli fini della responsabilità civile e rinviava al competente giudice civile affinchè verificasse se il rispetto delle linee guida da parte del medico avrebbe consentito un intervento tempestivo ed evitare il decesso.

La Corte di appello, in sede di rinvio, riconosceva la responsabilità del medico e lo condannava al risarcimento e al pagamento di una provvisionale.

Il medico proponeva ricorso in Cassazione.

Secondo la Suprema Corte il giudizio in sede civile, che consegue alla revoca della sentenza penale, è autonomo da quello penale.

La Cassazione, infatti, ha confermato la condanna in capo al medico sottolineando che, l'autonomia tra i due giudizi, si intravede in molti elementi primari del processo e della fase istruttoria, come i fatti costitutivi e i canoni probatori.

In sostanza il giudice civile non è tenuto, nella ricostruzione del fatto, a considerare quanto già  accertato dal giudice penale.

Sulla base di quanto sopra, la Corte evidenzia, altresì, che, in sede penale, una condotta poco prudente del personale medico, può portare ad una assoluzione per mancata prova ma, nel giudizio civile, se la possibilità concreta di evitare il danno supera il 50%, il medico può essere condannato al risarcimento.

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Errore medico e risarcimento: anche i parenti ne hanno diritto. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 28220 del 04.11.2019).

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  • Data: 04 Dicembre 

Errore medico e risarcimento: anche i parenti ne hanno diritto. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 28220 del 04.11.2019).

La vicenda sorgeva a seguito di una richiesta di risarcimento che la paziente e i figli della stessa proponevano nei confronti della struttura sanitaria e del primario.

I danni derivavano da una tardiva diagnosi di una endocardite infettiva, riscontrata alla paziente, a seguito di un delicato intervento.

La tardività della diagnosi aveva peggiorato il quadro clinico della signora, la quale era stata costretta a subire altri ricoveri ed un intervento.

Le condizioni di salute della paziente richiedevano una assistenza continua sia presso strutture sanitarie che presso il domicilio.

Inoltre le veniva riconosciuta una invalidità permanente pari al 50%.

Tale situazione aveva generato, oltre che un turbamento all'interno del nucleo familiare, anche un mutamento delle abitudini di vita dei parenti.

In primo grado e in appello il risarcimento veniva riconosciuto solo alla paziente.

A parere dei Giudici, la richiesta di risarcimento danni dei parenti appariva priva di giustificazioni in quanto la donna non risultava completamente dipendente dai familiari.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione la quale non ha condiviso le decisioni di primo e secondo grado.

Infatti secondo la Suprema Corte il risarcimento del danno non patrimoniale ai prossimi congiunti può essere desunto dalla gravità delle lesioni.

La Corte specifica, però, che l'esistenza del danno deve essere stata allegata nell'atto introduttivo del giudizio.

Inoltre, anche una invalidità parzialmente invalidante può generare, oltre al dolore per i congiunti, anche una assistenza a carico degli stessi con conseguente cambiamento delle loro abitudini e stile di vita.

In definitiva gli Ermellini ritengono che entrambi i risarcimenti vadano riconosciuti e, nel caso di specie, rinviano la questione alla Corte territoriale per un nuovo esame alla luce dei principi enunciati.

 

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Contratto di investimento, nullità in mancanza di forma scritta e buona fede. (Corte di Cassazione, Sezioni Unite n. 28314 del 04.11.2019).

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  • Data: 04 Dicembre 

Contratto di investimento, nullità in mancanza di forma scritta e buona fede. (Corte di Cassazione, Sezioni Unite n. 28314 del 04.11.2019).

Le Sezioni Unite intervengono in riferimento all'operatività della disposizione di legge la quale prevede la nullità per i contratti di investimento carenti di forma scritta.

La vicenda sorgeva a seguito di un giudizio instaurato da un investitore, acquirente di due contratti di investimento in obbligazioni argentine.

Successivamente al default dello Stato il soggetto chiedeva al Tribunale la dichiarazione di nullità di uno dei due contratti in quanto non risultava da lui sottoscritto.

La banca chiedeva il rigetto della domanda e proponeva domanda riconvenzionale chiedendo che l'investitore restituisse le cedole maturate ed incassate dallo stesso.

La Corte di appello riteneva che la nullità ex art 23, c. 3, d.lgs n. 58 del 1998, rilevabile solo dal cliente della banca, “una volta dichiarata si ripercuote su tutte le operazioni eseguite in attuazione dell'atto negoziale viziato...”

A parere della Corte, l'analisi del quadro normativo, in maniera estesa, induce a ritenere la nullità solo a vantaggio del consumatore, ragion per cui occorre un criterio che riporti l'equilibrio nel sistema.

Occorre verificare che l'azione non rechi pregiudizio all'altro contraente e, se il caso, impedire gli effetti di azioni esercitate in modo arbitrario o i casi in cui si abusi dello strumento di protezione a danno dell'altra parte.

In definitiva per le Sezioni Unite: “la nullità per difetto di forma scritta contenuta nell' art 23, comma 3, del d.lgs n. 58 del 1998, può essere fatta valere esclusivamente dall'investitore, con la conseguenza che gli effetti processuali e sostanziali dell'accertamento operano soltanto a suo vantaggio. L'intermediario, tuttavia, ove la domanda sia diretta a colpire soltanto alcuni ordini di acquisto, può opporre l'eccezione di buona fede, se la selezione della nullità determini un ingiustificato sacrificio economico a suo danno, alla luce della complessiva esecuzione degli ordini, conseguiti alla conclusione del contratto quadro”.

 

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L'indennità di accompagnamento va riconosciuta anche in presenza di vizi formali. (Corte di Cassazione, Sezione civile n. 29786 del 15.11.2019)

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  • Data: 04 Dicembre 

L'indennità di accompagnamento va riconosciuta anche in presenza di vizi formali. (Corte di Cassazione, Sezione civile n. 29786 del 15.11.2019).

Il caso in esame riguardava una signora richiedente l'indennità di accompagnamento.

L'Inps proponeva opposizione, ai sensi dell'art 415 bis c.p.c. comma 6, nella quale eccepiva il difetto della domanda amministrativa, finalizzata ad ottenere l'accertamento delle condizioni di cui all'art 1 della legge n. 18/1980, ai fini del riconoscimento dell'indennità di accompagnamento.

Secondo l'istituto previdenziale il certificato del medico curante risultava carente dei requisiti per accedere al beneficio.

Nello specifico, dal certificato, non risultava l'impossibilità per la signora di deambulare e compiere da sola gli atti della vita quotidiana.

La Ctu rilevava, invece, la sussistenza dello stato di handicap con conseguente diritto all'indennità.

L'Inps ricorreva in Cassazione ritenendo errata la valutazione del Tribunale in ordine al riconoscimento dell'indennità.

La Suprema Corte rigetta il ricorso e richiama la precedente sentenza n. 14412 del 2019 la quale ha sancito che “in tema di prestazioni previdenziali ed assistenziali, al fine di integrare il requisito della previa presentazione della domanda non è necessaria la formalistica compilazione dei moduli predisposti dall' Inps o l'uso di formule sacramentali, essendo sufficiente che la domanda consenta di individuare la prestazione richiesta affinchè la procedura anche amministrativa si svolga regolarmente...”.

In base a quanto sopra, si conferma la prevalenza della sostanza sulla forma, pertanto, la corretta compilazione del modulo non è un requisito imprescindibile ai fini del riconoscimento dell'indennità di accompagnamento.

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Anche il social stalker rischia la condanna con il carcere. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 45141 depositata il 06.11.2019).

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  • Data: 04 Dicembre 

Anche il social stalker rischia la condanna con il carcere. (Corte di Cassazione, Sezione Penale n. 45141 depositata il 06.11.2019).

Il caso riguardava un uomo condannato a dodici mesi di reclusione per i reati di cui agli artt. 612 bis e 595 c.p..

Nello specifico l'imputato veniva accusato di aver offeso e molestato una donna, nonché le persone ad essa vicine, anche tramite post pubblici sul social network.

Dinanzi alla Corte di Cassazione il soggetto contestava i reati a lui ascritti.

Lo stesso sosteneva, infatti, che la vittima non aveva sofferto nessun stato d'ansia, sottolineava, altresì, di aver intrattenuto con la donna diverse conversazioni e di aver ricevuto il numero telefonico dalla stessa e di essere stato “bloccato”su facebook soltanto una volta .

La Corte territoriale riteneva integrata la fattispecie del reato di stalking anche sulla base delle dichiarazioni della persona offesa e degli amici.

La vittima, a seguito delle condotte di cui sopra, era stata costretta a modificare le proprie abitudini e a giustificare, anche nell'ambiente di lavoro, le diffamazioni ricevute dall'imputato sui social.

Secondo la Suprema Corte la fattispecie di atti persecutori è un reato abituale ad evento di danno il quale prevede più eventi ma risulta sufficiente uno solo per generare lo stato di ansia o di paura.

Ciò detto, nel caso di specie, risultava evidente lo stato di ansia e timore che la vittima aveva patito , stato che prescindeva dall'accertamento di una patologia e che, pertanto, non necessitava di perizia medica.

A parere degli Ermellini è sufficiente che gli atti persecutori abbiano un effetto destabilizzante della serenità e dell'equilibrio della persona, la cui prova può essere fornita, oltre che dalle dichiarazioni della vittima, anche dai suoi comportamenti.

Elementi presenti nella sentenza impugnata.

La Corte evidenzia, altresì, che a nulla rilevano i momenti di ravvicinamento la persona offesa e lo stalker, ovvero momenti in cui la vittima, a seguito di una attenuazione del malessere, instaura un dialogo con il persecutore.

 

 

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Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 27207 depositata il 23.10.2019).

 Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre ...[..]

  • Data: 22 Novembre 

Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 27207 depositata  il 23.10.2019). 

La vicenda in esame prendeva le mosse da un ricorso presentato da un padre a seguito della separazione. Il genitore in questione agiva contro il provvedimento che stabiliva l'affidamento condiviso della figlia con collocamento presso la madre e che prevedeva la sospensione degli incontri con il padre per un certo periodo.

Il provvedimento prevedeva, altresì, che i genitori intraprendessero un percorso di sostegno psicoterapico per la figlia.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettavano la domanda di modifica delle condizioni di separazione promossa dal padre.

Il ricorrente chiedeva l'applicazione dei provvedimenti ex art 709 ter c.p.c. nei confronti dell'altro genitore, ritenendolo causa dell'allontanamento della figlia.

I Giudici rilevavano che la decisione della ragazza di non incrementare gli incontri con il genitore fosse una sua scelta personale e non legata alla volontà e/o all'influenza della madre.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione la quale condivideva la valutazione della Corte territoriale, svolta anche sulla base della consulenza tecnica d'ufficio e sulle relazioni dei servizi sociali e rigettava il ricorso.

La Suprema Corte rilevava come l'atteggiamento assunto dalla minore, divenuta maggiorenne nel corso del giudizio, nei confronti del padre, fosse una sua scelta e non riconducibile ad un plagio ad opera della madre.

Sulla base di tali argomentazioni la Corte riteneva i fatti emersi non idonei a fondare la domanda diretta ad ottenere i provvedimenti ex art 709 ter c.p.c.

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Rottamazione ter: debiti stralciati e fermi amministrativi nulli su importi inferiori ai mille euro (Corte di Cassazione, Sezione Civile, ordinanza n. 28072 depositata il 31.10.2019).

 Rottamazione ter: debiti stralciati e fermi amministrativi nulli ...[..]

  • Data: 22 Novembre 

Rottamazione ter: debiti stralciati e fermi amministrativi nulli su importi inferiori ai mille euro (Corte di Cassazione, Sezione Civile, ordinanza n. 28072  depositata il 31.10.2019).

Un contribuente proponeva appello avverso la sentenza della Commissione tributaria la quale, a sua volta, aveva rigettato un ricorso contro un preavviso di fermo amministrativo.

Il ricorrente sosteneva, tra le altre, l'illegittimità e la nullità delle notifiche postali dei titoli nonché l'illegittimità della procedura.

Equitalia si costituiva proponendo appello incidentale.

La Commissione tributaria competente rigettava l'appello e pertanto il ricorrente agiva dinanzi alla Corte di Cassazione.

Il ricorrente in Cassazione deduceva il difetto di giurisdizione, violazione e falsa applicazione delle norme relative alle modalità di notifica delle cartelle di pagamento, omessa o contraddittoria motivazione della decisione sulla infondatezza e prescrizione dei crediti, violazione dell'art 50 dpr 602 del 1973.

La Suprema Corte dichiarava la cessazione della materia del contendere in virtù dell'entrata in vigore, nelle more del giudizio, dell'art 4 del d.l. n. 119/2018 convertito in legge n. 136/2018, il quale  prevede lo stralcio dei debiti fino a mille euro affidati agli agenti di riscossione dal 2000 al 2010.

Nel caso di specie il debito del ricorrente era riferito a cartelle di pagamento di importo inferiore ai mille euro e notificate tra il 2000 ed il 2005, pertanto, rientravano nello stralcio previsto dalla predetta norma.

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In assenza di pattuizione del massimale grava sull'assicuratore provarne l'esistenza e la misura (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 26813 del 21.10.2019).

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  • Data: 22 Novembre 

In assenza di pattuizione del massimale grava sull'assicuratore provarne l'esistenza e la misura (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 26813 del 21.10.2019).

Il caso in esame traeva origine da un incidente stradale, a seguito del quale, un soggetto riportava una frattura alla vertebra.

La struttura sanitaria dimetteva il danneggiato senza accorgersi della frattura, determinando, con il   il ritardo della diagnosi,  l'aggravarsi della lesione.

Il soggetto leso, pertanto, agiva in giudizio al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti.

La struttura sanitaria si costituiva in giudizio e chiamava in causa la compagnia assicurativa.

Il Tribunale competente accoglieva sia la domanda principale che quella di garanzia.

La decisione veniva impugnata e dinanzi alla Corte di Appello veniva richiesto il rigetto della domanda e in via subordinata la liquidazione del danno in misura inferiore.

Durante il giudizio di appello la compagnia liquidava quanto previsto contrattualmente e in sede di comparsa conclusionale eccepiva l'esaurimento del massimale.

La Corte di appello ritenendo l'eccezione di cui sopra tardiva rigettava il gravame proposto.

La questione giungeva, pertanto, dinanzi alla Corte di Cassazione.

A parere della ricorrente il massimale è una mera allegazione difensiva e non una eccezione, pertanto, può essere dedotta anche nel corso del giudizio di appello, rilevava, altresì, come, essendosi l'esaurimento del massimale verificatosi in appello, era impossibile svolgere la deduzione prima.

A parere degli Ermellini il ricorso è infondato.

La Suprema Corte, infatti, afferma che: “in tema di assicurazione per responsabilità civile il  massimale non è elemento essenziale del contratto, che può essere validamente stipulato senza la relativa pattuizione, e neppure costituisce fatto generatore del credito assicurato, configurandosi piuttosto come elemento limitativo dell'obbligo dell'assicuratore, sicchè grava su quest'ultimo l'onere di provare l'esistenza e la misura del massimale, dovendosi altrimenti accogliere la domanda di garanzia proposta dall'assicurato a prescindere da qualsiasi limite di massimale”.

Secondo la Corte grava sull'assicuratore, il quale voglia far valere in giudizio i limiti quantitativi, l'onere di allegare e provare l'esistenza del patto massimale e la sua misura.

In definitiva la Corte di Cassazione condanna definitamente la compagnia assicurativa al risarcimento dei danni in favore del danneggiato.

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