Diritto di Famiglia

La città in cui si vive influisce sulla determinazione dell'assegno di divorzio. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 174 del 09.01.2020).

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  • Data: 03 Febbraio

 

Con la sentenza in esame la Suprema Corte affronta il tema della quantificazione dell'assegno di divorzio tenendo in considerazione la città in cui il coniuge obbligato risiede.

Il caso in esame traeva origine dalla richiesta di un ex marito il quale chiedeva la riduzione dell'assegno da versare all'ex moglie.

A parere dell'ex coniuge, vivendo a Roma, dove il costo della vita risultava essere più elevato, l'importo dell'assegno stabilito doveva essere ridotto.

La Corte di Appello territoriale riduceva l'importo assegnato dal Giudice di prime cure.

La decisione di secondo grado ha tenuto in considerazione sia l'elevato costo della vita dove viveva l'uomo, sia i costi che l'obbligato sosteneva, a causa delle sue condizioni di salute, per le cure ed assistenza

L'ex moglie, pertanto, ricorreva dinanzi alla Corte di Cassazione contestando la decisione della Corte di appello.

La donna rilevava la mancanza di indagini istruttorie relative all'obbligato, censurava l'omesso esame di produzioni documentali, ritenute, dalla Corte, irrilevanti, nonché l'introduzione di circostanze nuove, come il riferimento alle patologie dell'uomo.

La Suprema Corte ha confermato la decisione dei Giudici di Appello e ha precisato, altresì, che: “ nei giudizi di separazione e divorzio, gli elementi di fatto che possono incidere sull'attribuzione e determinazione degli obblighi economici, ove verificatesi in corso di causa, devono essere presi in esame nella pendenza del giudizio, in quanto governato dalla regola sic stantibus”.

Sulla base di quanto sopra, la città in cui vive il coniuge, obbligato al versamento dell'assegno, può incidere sulla quantificazione dello stesso, consentendo una riduzione dell'importo laddove il costo della vita risulti più alto.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Assegno di divorzio, è obbligatorio?

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  • Data: 23 Dicembre

     

Dalla riforma del 1975 la materia del diritto di famiglia è rimasta pressoché immutata per molto tempo.

In tempi recenti, però, vi sono stati diversi interventi in relazione all'assegno divorzile e ai criteri da seguire per la sua determinazione.

La quantificazione e la determinazione dell'assegno di mantenimento rappresenta uno dei motivi di conflitto tra due persone che si apprestano ad accettare o a subire la modifica della loro vita affettiva e personale.

La sentenza n. 11504 del 10 maggio 2017, la cosiddetta sentenza “Grilli”, stravolge le regole di determinazione e quantificazione dell'assegno divorzile.

Nello specifico, secondo i Giudici, il divorzio recide ogni legame con l'ex coniuge e di conseguenza cesserebbe anche l'obbligo di mantenimento.

In sostanza viene eliminato il “precedente tenore di vita” tra i criteri a cui fare riferimento per la determinazione dell'assegno, salvo i casi in cui l'ex coniuge non sia in grado di mantenersi da solo.

Nel 2018 la Suprema Corte, a Sezioni Unite, con la sentenza n.18287 dell'11 luglio, ritorna sulla questione , cerca di risolvere il contrasto insorto ridefinendo i criteri e i principi da seguire.

In tale pronuncia, a differenza della sentenza “Grilli”, gli Ermellini tengono in considerazione ulteriori elementi tra i quali il contributo apportato dall'ex coniuge e la durata dell'unione.

I Supremi Giudici, infatti, affermano che: “il riconoscimento dell'assegno di divorzio richiede l'accertamento dell'inadeguatezza dei mezzi dell'ex coniuge istante e dell'impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive”. Si deve, pertanto, tenere in considerazione il contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune.

Ciò impone una valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti interessate.

L'assegno di divorzio assume una funzione assistenziale nonché perequativa e compensativa.

Sulla scia degli interventi giurisprudenziali si assiste, anche, ad una volontà di intervenire dal punto di vista legislativo.

A seguito dell'intervento delle Sezioni Unite molteplici sono state le decisioni della Suprema Corte sulla questione.

Di recente, anche in relazione all'assegno di separazione, si assiste all'applicazione del criterio sancito in materia di divorzio. Gli Ermellini, infatti, nella recente pronuncia, la n.26084 del 2019, sottolineano, ancora una volta, la natura assistenziale dell'assegno, anche in sede di separazione, ribadendo, pertanto, il sorpasso del “tenore di vita” come parametro di riferimento.

Le diverse pronunce lasciano intravedere, sicuramente, un cambiamento oltre che delle condizioni delle parti interessate, anche del ruolo del  giudice chiamato ad esprimersi in materia di separazione e divorzio.

Considerato che, sul tema, la giurisprudenza appare in continua evoluzione, risulta difficile, sia citare tutti gli interventi in materia, sia esprimere una valutazione sugli esiti.

Ciò che, da addetti ai lavori, si auspica è, sicuramente, una maggiore definizione dei principi e delle regole da seguire al fine di eliminare, o quantomeno attenuare, i conflitti, in un ambito, così delicato, come  quello familiare.

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti e dall' Avv. Mariangela Caradonna  

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Se i coniugi hanno vissuto insieme per tre anni il matrimonio non è annullabile anche in caso di tradimento e vita da “separati in casa”. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 30900 del 26 novembre 2019).

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  • Data: 19 Dicembre

Se i coniugi hanno vissuto insieme per tre anni il matrimonio non è annullabile anche in caso di tradimento e vita da “separati in casa”. (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 30900 del 26 novembre 2019).

La questione sorgeva a seguito della richiesta di un uomo il quale, ottenuta la una sentenza del Tribunale ecclesiastico di annullamento del matrimonio, chiedeva la delibazione in Italia.

La Corte di Appello competente rigettava la richiesta in quanto i coniugi avevano convissuto per oltre tre anni.

Inoltre, a fronte della richiesta del marito, la moglie proponeva opposizione adducendo, appunto, di aver vissuto con il marito da più di tre anni, pertanto, il rapporto di matrimonio risultava effettivo.

L'uomo proponeva ricorso in Cassazione e richiamando la giurisprudenza delle Sezioni Unite sosteneva che: “i requisiti della stabilità e dell'esteriorità della convivenza ultratriennale che ostacolerebbero la delibazione della sentenza non sussisterebbero nel caso di specie”.

Il ricorrente, infatti, ammetteva di aver intrattenuto una relazione extraconiugale solo dopo un anno di matrimonio e di aver vissuto da separati in casa dal 2011.

La Suprema Corte rigettava il ricorso e confermava la sentenza della Corte di appello.

A parere della Cassazione il dato della convivenza continuativa e superiore ai tre anni non può essere messo in discussione.

Infatti al fine di dedurre la mancanza dell' affectio coniugalis occorre che entrambi i coniugi la riconoscano nel momento in cui viene chiesta la delibazione della sentenza.

Nel caso di specie il ricorrente non aveva fornito alcuna prova in merito alla mancanza dell' affectio coniugalis.

Inoltre la distanza affettiva tra i due non aveva impedito loro di convivere.

e l'inesatto adempimento è stato causato da un evento imprevedibile ed inevitabile con l'ordinaria diligenza.

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Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 27207 depositata il 23.10.2019).

 Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre ...[..]

  • Data: 22 Novembre 

Non ha nessuna colpa la madre se il figlio non vuole più vedere il padre (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 27207 depositata  il 23.10.2019). 

La vicenda in esame prendeva le mosse da un ricorso presentato da un padre a seguito della separazione. Il genitore in questione agiva contro il provvedimento che stabiliva l'affidamento condiviso della figlia con collocamento presso la madre e che prevedeva la sospensione degli incontri con il padre per un certo periodo.

Il provvedimento prevedeva, altresì, che i genitori intraprendessero un percorso di sostegno psicoterapico per la figlia.

Sia il Tribunale che la Corte di Appello rigettavano la domanda di modifica delle condizioni di separazione promossa dal padre.

Il ricorrente chiedeva l'applicazione dei provvedimenti ex art 709 ter c.p.c. nei confronti dell'altro genitore, ritenendolo causa dell'allontanamento della figlia.

I Giudici rilevavano che la decisione della ragazza di non incrementare gli incontri con il genitore fosse una sua scelta personale e non legata alla volontà e/o all'influenza della madre.

La questione giungeva dinanzi alla Corte di Cassazione la quale condivideva la valutazione della Corte territoriale, svolta anche sulla base della consulenza tecnica d'ufficio e sulle relazioni dei servizi sociali e rigettava il ricorso.

La Suprema Corte rilevava come l'atteggiamento assunto dalla minore, divenuta maggiorenne nel corso del giudizio, nei confronti del padre, fosse una sua scelta e non riconducibile ad un plagio ad opera della madre.

Sulla base di tali argomentazioni la Corte riteneva i fatti emersi non idonei a fondare la domanda diretta ad ottenere i provvedimenti ex art 709 ter c.p.c.

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