Diritto Civile

Licenziamento ritorsivo: nullità se basato su addebiti generici e pretestuosi (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 11705 pubblicata il 17 giugno 2020)

Licenziamento ritorsivo: nullità se basato su addebiti  ...[..]

  • Data:2 Luglio

 

 

Con la pronuncia in esame la Suprema Corte analizza la fattispecie dei licenziamenti “ritorsivi” e della  nullità perchè senza giusta causa.

La vicenda sorgeva a seguito della decisione della Corte di appello la quale considerava nullo il licenziamento per giusta causa intimato perchè ritorsivo.

La Corte disponeva, pertanto, il reintegro del lavoratore in servizio e condannava il datore di lavoro al risarcimento del danno ex art 18 della legge n. 300/1970 così come modificato dalla legge n. 92/2012.

La decisione della Corte si basava sulle risultanze probatorie, documentali nonchè testimoniali acquisite. Rilevava, altresì, la mancanza di un diverso motivo o di un motivo ragionevole addotto a giustificazione del recesso del rapporto.

La natura ritorsiva del licenziamento emergeva dagli elementi presenti, quali l'infondatezza e la genericità degli addebiti, il contenzioso in corso tra azienda e lavoratore nonché l'emarginazione del dirigente in questione.

La società datrice di lavoro ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove il ricorso veniva, però, rigettato.

La Suprema Corte affermava infatti che:“il licenziamento per ritorsione, diretta o indiretta – assimilabile a quello discriminatorio, vietato dagli artt. 4 della legge n. 604 del 1966, 15 della legge n. 300 del 1970 e 3 della legge n4 108 del 1990 – costituisce l’ingiusta e arbitraria reazione ad un comportamento legittimo del lavoratore colpito o di altra persona ad esso legata e pertanto accomunate nella reazione, con conseguente nullità del licenziamento, quando il motivo ritorsivo sia stato l’unico determinante e sempre che il lavoratore ne abbia fornito prova, anche con presunzioni”.

A parere degli Ermellini l'onere della prova sul carattere ritorsivo del licenziamento grava sul lavoratore ma il giudice di merito può valorizzare tutti gli elementi presenti nel giudizio, anche quelli che escludono la presenza di un giustificato motivo oggettivo, e che, attraverso la valutazione globale ed unitaria, permettono di provare, anche in via presuntiva, la natura ritorsiva del licenziamento.

Commento dell'Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Nessun diritto sulla quota di tfr se l'ex coniuge ha rinunciato all'assegno di divorzio (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 12056 del 22 giugno 2020)

Nessun diritto sulla quota di tfr se l'ex coniuge ha rinunciato  ...[..]

  • Data:2 Luglio

 

 

Il caso sorgeva a seguito di una domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

L'ex moglie, nel corso del procedimento, chiedeva l'assegno ed una quota del tfr dell'ex coniuge.

Sia in primo grado che in appello la domanda veniva respinta.

L'ex moglie soccombente agiva, pertanto, dinanzi alla Suprema Corte.

La ricorrente lamentava l'omessa pronuncia in merito alla domanda diretta ad ottenere una quota del tfr.

A parere della Corte risultava, in appello, assente il motivo specifico, motivo che, a parere dell'ex moglie, invece, era stato proposto implicitamente.

Gli Ermellini respingevano il ricorso ritenendo il motivo non fondato.

Nello specifico affermavano che, non essendo la donna titolare dell'assegno di divorzio, non poteva presentare domanda relativamente alla quota del tfr.

La Corte precisava che non rilevava l'omessa pronuncia della Corte di Appello sui motivi della richiesta del tfr da parte della donna.

Ciò perchè appunto, avendo la stessa rinunciato all'assegno di divorzio non può avanzare alcuna pretesa sul tfr dell'ex coniuge.

Sulla base di quanto sopra la Suprema Corte confermava quanto statuito dalla Corte di appello.

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Responsabilità del conducente e del terzo trasportato senza cintura (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 11095 del 10 giugno 2020)

Responsabilità del conducente e del terzo trasportato senza cintura  ...[..]

  • Data:2 Luglio

 

 

La vicenda sorgeva a seguito di un sinistro stradale dove la trasportata dell'auto, coinvolta nel sinistro, riportava delle lesioni.

La donna agiva in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni subiti ex art 145 del lgs n. 209/2005.

La domanda veniva rigettata sia dinanzi al Giudice di Pace che dinanzi al Tribunale in sede di appello.

La soccombente ricorreva dinanzi alla Suprema Corte dove riteneva erronea la responsabilità esclusiva, alla stessa attribuita, per i danni subiti, in quanto non indossava la cintura di sicurezza al momento del sinistro.

Ulteriore doglianza riguardava l'aver considerato la CTU come unica fonte di prova del sinistro, inoltre, in merito alle cinture di sicurezza, sosteneva che, seppur possano aver contribuito al danno, era onere del conducente  accertare che il trasporto si fosse svolto in sicurezza.

Con il terzo motivo contestava l'accoglimento totale, da parte del giudice, di quanto affermato dal ctu.

La Suprema Corte accoglieva il ricorso e sottolineava che, nel caso in cui il trasportato non allacci la cintura, è compito del conducente verificare che il trasporto avvenga in sicurezza, in mancanza di ciò, entrambi i soggetti accettano la condotta colposa dell'altro.

Pertanto, in casi del genere, il conducente è tenuto a risarcire il terzo trasportato se questo, a causa del sinistro, subisce dei danni.

La cooperazione colposa, infatti, non interrompe il nesso tra l'evento ed il danno.

A parere dei Giudici, nel caso in esame, i suddetti principi non erano stati osservati, inoltre, il Giudice del gravame non aveva tenuto conto del fatto che se il conducente avesse fatto allacciare la cintura al trasportato, adempiendo così ad un suo obbligo, l'evento non si sarebbe verificato.

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Il protratto abbandono del figlio da parte del padre costituisce un illecito permanente (Corte di Cassazione, Sezione Civile n. 11097 depositata l'11 giugno 2020).

Il protratto abbandono del figlio da parte del padre costituisce ...[..]

  • Data:2 Luglio

 

Il caso sorgeva a seguito di un giudizio instaurato da un figlio al fine di ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e non da parte del padre il quale lo aveva abbandonato fin dalla nascita.

Il genitore si costituiva in giudizio resistendo alla richieste avanzate dal figlio.

Nel corso del giudizio veniva disposta la consulenza tecnica d'ufficio, tale giudizio veniva definito con il rigetto della domanda. La decisione veniva confermata dinanzi alla Corte di appello competente.

La questione giungeva così dinanzi alla Suprema Corte dove il figlio ricorreva.

Nel ricorso il figlio, tra le altre cose, lamentava la violazione e falsa applicazione dell'art 2043, 2935 e 2947 cc. in quanto la Corte di Appello aveva definito il danno endofamiliare come illecito istantaneo e ad effetti permanenti; veniva, altresì, dedotta la maturata prescrizione.

Inoltre, a parere del ricorrente, la Corte aveva interpretato male la richiesta di risarcimento dei danni patrimoniali e non.

Nel caso di specie, il padre, a causa del suo comportamento, aveva negato al figlio un congruo inserimento sociale e lavorativo, pertanto, la richiesta riguardava i danni relativi alla perdita di chances, anche in rapporto alla parità con i fratelli.

Gli Ermellini accoglievano integralmente il ricorso del figlio richiamando anche la giurisprudenza in materia.

In sostanza affermavano che il danno endofamiliare non può qualificarsi come istantaneo, pertanto, la prescrizione non decorre dalla nascita ma bensì dal momento in cui si verificano le condizioni come il ritrovamento del genitore a cui chiedere i danni.

Secondo quanto statuito:“Nel caso di illecito permanente, protraendosi la verificazione dell'evento in ogni momento della durata del danno e della condotta che lo produce, la prescrizione ricomincia a decorrere ogni giorno successivo a quello in cui il danno si è manifestato per la prima volta, fino alla cessazione della predetta condotta dannosa”.

La sentenza veniva cassata con rinvio alla Corte di Appello competente.

'ex coniuge.

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