Diritto Civile

Nel caso di disconoscimento della sottoscrizione sulle relate deve essere richiesta la verificazione e produrre l'atto sul quale compare la firma disconosciuta. Nel caso in cui il Giudice ordini di produrre gli originali degli ..

Nel caso di disconoscimento della sottoscrizione sulle relate deve essere richiesta la verificazione ... 

  • Data: 11 Febbraio
Nel caso di disconoscimento della sottoscrizione sulle relate deve essere richiesta la verificazione e produrre l'atto sul quale compare la firma disconosciuta. Nel caso in cui il Giudice ordini di produrre gli originali degli avvisi di ricevimento e non vengono prodotti si ritiene che sia integrata la carenza di prova in ordine alla regolarità delle notifiche” (Tribunale di Pisa, sez. Lavoro, sentenza n. 61 anno 2019)
 La vicenda riguarda un artigiano che proponeva ricorso ex art. 615 e 617 c.p.c. avverso il pignoramento di autoveicoli ex art. 521 bis e 49 dpr 602/1973 promosso dall'agenzia competente per la riscossione dei contributi per un valore di € 7.000,00 sulla base di cartelle esattoriali riguardanti crediti di natura contributiva.

La difesa, costituita dagli avv.ti Carlo Cavalletti e Francesco Capurso, contestavano la regolarità della notifica e, in particolare, che il cliente era venuto a conoscenza delle cartelle sono in occasione del pignoramento.

Nel giudizio di merito il ricorrente provvedeva a disconoscere la sottoscrizione delle relate evidenziando la difformità delle stesse.

Si costituiva la competente agenzia di riscossione eccependo la irrilevanza del disconoscimento in quanto, a suo dire, occorreva la querela di falso.

Il Giudice argomenta le ragioni affermando come nel caso concreto sia necassario il mero disconoscimento e che, la parte che chiede la verificazione, deve produrre l'originale dell'atto sul quale compare la firma disconosciuta.

Tuttavia il Giudice aveva richiesto all'agenzia il deposito degli originali degli avvisi di accertamento sui quali appaiono le sottoscrizioni ma la resistente nulla ha prodotto.

Va dunque ritenuta la carenza di prova in ordine alla regolarità delle notifiche degli avvisi di addebito con condanna della resistente alle spese del giudizio.

Commento avv. Carlo Cavalletti iscritto all'albo Cassazionisti

 

 

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L'onere della prova dell'avvenuta interruzione spetta a Agenzia delle Entrate così come spetta allo stesso ente di riscossione la prova della regolarità della notifica” (Giudice di Pace di Pisa sentenza n. 11/2019 rg. 2674/2016).

 L'onere della prova dell'avvenuta interruzione spetta a Agenzia delle Entrate.... 

  • Data: 30 Gennaio
“L'onere della prova dell'avvenuta interruzione spetta a Agenzia delle Entrate così come spetta allo stesso ente di riscossione la prova della regolarità della notifica” (Giudice di Pace di Pisa sentenza n. 11/2019 rg. 2674/2016)

La vicenda riguarda una società che si occupa di trasporti e rifiuti che si vedeva notificare cartelle esattoriali da Agenzia delle Entrate di Riscossione (ex Equitalia) per presunte violazioni del codice della strada e altre sanzioni amministrative.

La difesa, costituita dagli avv.ti Carlo Cavalletti e Andrea Doveri, eccepivano sia la irreolarità/illegittimità delle avvenute notifiche sia la prescrizione dei presunti crediti in quanto concernenti somme sottoposte al decorso temporale.

Il Giudice accoglie in toto la difesa della società affermando che “nel momento in cui viene eccepita la illegittimità della notifica delle cartelle di pagamento poste a fondamento dell'intimazione di pagamento impugnata, sorge in capo a Agenzia delle Entrate-Riscossione l'onere della prova di documentare la correttezza della notifica”.

Altresì “nel momento in cui viene eccepita la prescrizione del credito posto a fondamento dell'intimazione di pagamento impugnata, sorge in capo a Agenzia delle Entrate-Riscossione l'onere della prova di documentare la interruzione della prescrizione”.

Stante la mancata prova addotta da Agenzia delle Entrate-Riscossioni il Giudice accoglie l'opposizione annullando le cartelle di pagamento poste a fondamento della intimazione.

L'Autorità Giudiziaria, dando ulteriore risalto alla decisione, condanna anche Agenzia delle Entrate-Riscossioni al pagamento delle spese di lite.

 

 

 

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“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

 Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure ..[..]

  • Data: 12 Dicembre

“Spetta al coniuge convivente di fatto il risarcimento dei danni iure proprio e iure hereditatis per la morte della compagna convivente” (Cassazione, ordinanza n. 18568 anno 2018).

Si tratta di un ricorso promosso dal convivente e dai familiari dello stesso che lamentavano come la Corte di Appello avesse solo ricompreso, ai fini del risarcimento, i familiari di sangue senza considerare che la vittima in questione era stabilmente inserita, ormai da molti anni, nel nucleo familiare di essi ricorrenti e trattata come un vero e proprio stretto congiunto.
Nel caso il sinistro era avvenuto nel territorio di Grosseto e sia il Tribunalcompetente territorialmente che la Corte di Appello di Firenze avevano negato il diritto al risarcimento danno dei conviventi.
La Corte di Cassazione accoglie il ricorso e le motivazioni in esso allegate, ricordando come già nel diritto penale si sia equiparato ai prossimi congiunti quei soggetti che, pur non legati da un rapporto di parentela con la persona offesa dal reato, siano alla stessa legati da «relazione affettiva» e da «stabile convivenza».
Si tratta pertanto di analizzare tale aspetto nel diritto civile ove è stato accertato che perché possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei al ristretto nucleo familiare  è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l’intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico. Ed inoltre , sempre nel diritto civile, è stato stabilito che si integra un danno risarcibile il pregiudizio recato al rapporto di convivenza, da intendere quale stabile legame tra due persone caratterizato da duratura comunanza di vita e di affetti.
Tali assunti erano stati disattesi dalla Corte di Appello di Firenze nel cui procedimento erano stati escussi testimoni che avevano confermato come  la vittima fosse stabilmente inserita nel nuovo nucleo familiare tanto che veniva trattata come un familiare di sangue.
Si allega passo della decisione secondo cui «perché  possa ritenersi risarcibile la lesione del rapporto parentale subita da soggetti estranei a tale ristretto nucleo familiare (quali i nonni, i nipoti, il genero, o la nuora) è necessario che sussista una situazione di convivenza, in quanto connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimità delle relazioni di parentela, anche allargate, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarietà e sostegno economico, solo in tal modo assumendo rilevanza giuridica il collegamento tra danneggiato primario e secondario, nonché la famiglia intesa come luogo in cui si esplica la personalità di ciascuno, ai sensi dell'art. 2 Cost.. (Sez. 3, Sentenza n. 4253 del 16/03/2012, Rv. 621634 - 01)”.
Quindi la Corte di Cassazione compie una netta distinzione tra forme di convivenza riconoscendo il diritto ad essere risarciti a quei familiari che, in modo stabile e duraturo, hanno una relazione anche nel tempo con la vittima.
Peraltro, sempre la Corte di Cassazione, amplia il risarcimento del danno del convivente ricomprendendo non solo il danno iure proprio ma bensì anche quello iure hereditatis relativo al danno subito dalla vittima nel periodo tra l'evento e la morte.


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Il lavoratore pubblico può chiedere l'annullamento delle dimissioni qua-lora siano state rimesse in un momento di perturbamento psicofisico” (Corte di Cassazione sez. Lavoro n. 30126/2018)

 Il lavoratore pubblico può chiedere l'annullamento delle dimissioni qua-lora ..[..]

  • Data: 12 Dicembre

“Il lavoratore pubblico può chiedere l'annullamento delle dimissioni qua-lora siano state rimesse in un momento di perturbamento psicofisico” (Corte di Cassazione sez. Lavoro n. 30126/2018)

La vicenda riguarda un geometra che intendeva ottenere la revoca delle proprie dimissioni poiché erano rese in un momento di totale inconsapevo-lezza. Pertanto la richiesta era volta a procurarsi la declaratoria di invalidità o inefficacia delle dimissioni predette.
Sia la sentenza di primo grado e di appello rigettavano le richieste del lavo-ratore confermando la validità delle dimissioni ma il dipendente non si ar-rendeva  e decideva di ricorrere alla Corte di Cassazione.
Secondo gli Ermellini, entrando nel merito della vicenda, occorre che si ma-nifesti un turbamento psichico affinché si impedisca la formazione di una volontà cosciente e quindi bisogna tenere conto, tra l’altro, che l’incapacità naturale è uno stato psichico abnorme, anche se transitorio.
La prova dell’incapacità naturale può essere data anche con presunzioni ma qualora il lavoratore presenti una malattia psichica, per la legge scatta la c.d. presunzione iuris tantum.
E così, in conclusione, secondo la Suprema Corte  il giudice deve accertare la volontà del lavoratore di lasciare il posto di lavoro senza alcun condizio-namento: ciò presuppone che l’annullamento delle dimissioni (il lavoratore aveva chiesto la riammissione in servizio ma il proprio datore di lavoro pub-blico non aveva aderito) non postula l’integrale perdita della capacità intel-lettiva, ma appare compatibile con un turbamento psichico transitorio tale da alterare la formazione di una volontà cosciente.


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