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Limite di finanziabilità e nullità del mutuo fondiario a seguito delle recenti pronunce della Corte di Cassazione.

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  • Data: 22 Novembre 

Limite di finanziabilità e nullità del mutuo fondiario a seguito delle recenti pronunce della Corte di Cassazione.

Il tema del mutuo fondiario merita attenzione soprattutto per il mutamento di orientamento della giurisprudenza, avvenuto di recente, sia perchè, a seguito del revirement della Suprema Corte, si è aperta la possibilità di una maggiore tutela nei confronti dei soggetti richiedenti un mutuo.

Il mutuo fondiario rappresenta, infatti, la tipologia di mutuo più utilizzata.

L'art. 38 del TUB del 1993, definisce il credito fondiario statuendo che: “il credito fondiario ha ad oggetto la concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili”.

Sempre lo stesso art. 38 prevede un limite di finanziabilità, limite regolamentato dalla Banca d'Italia.

Quest'ultima, infatti, con provvedimento del 26.06.1995 ha aggiornato la circolare del 29.03.1988 e ha stabilito che: “le banche possono concedere finanziamenti di credito fondiario per un ammontare massimo dell'80 per cento del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire sugli stessi, ivi compreso il costo dell'area o dell'immobile da ristrutturare”.

Fatta questa breve premessa, a carattere normativo, possiamo analizzare l'aspetto sul quale la Suprema Corte è intervenuta di recente.

L'analisi di quest'ultima, infatti, si focalizza sulle possibili conseguenze nel caso in cui il predetto limite di finanziabilità non venga rispettato.

Sul punto, l'orientamento tradizionale considerava la previsione del limite di finanziabilità come una regola di comportamento alla cui violazione sarebbe potuta conseguire, ai sensi dell'ex art 145 del TUB, l'irrogazione di una sanzione amministrativa nei confronti della banca.

Questo l'orientamento maggioritario e seguito fino al 2017, quando, la Cassazione, con la pronuncia n. 17352,  afferma un nuovo principio segnando una svolta all'interno del mondo bancario.

La succitata sentenza riconsidera, infatti, il concetto di limite di finanziabilità e, rispetto al passato, lo definisce come una regola imperativa  volta a tutelare un interesse pubblico.

La nuova concezione del limite di finanziabilità, come regola imperativa, ha generato un argine inderogabile alla autonomia delle parti nella fissazione dell'importo massimo concedibile.

A parere della Corte, dalla violazione del limite, come sopra inteso, discende la nullità del contratto di mutuo “salva la possibilità di conversione del contratto in un ordinario finanziamento ipotecario ove ne risultino accertati i presupposti”.

Il nuovo orientamento è stato confermato dalle successive ordinanze, n. 11201 del 9.05.2018 e n. 13286 del 28.05.2018, alle quali hanno fatto seguito decisioni da parte di diversi Tribunali.

La previsione della nullità del contratto di mutuo come conseguenza del superamento del limite irrompe nel panorama bancario rappresentando una nuova tutela del cliente.

Al momento, a livello pratico, seguire la tesi giurisprudenziale nuova e più recente potrebbe consentire al cliente di accedere a finanziamenti fondiari con un tasso di interesse inferiore rispetto agli ordinari mutui ipotecari.

E', altresì, immaginabile ed auspicabile un intervento, sul tema, da parte delle Sezioni Unite.

Intervento diretto a dirimere il “conflitto giurisprudenziale” venutosi a creare e che si spera, vada a consolidare la tutela nei confronti del soggetto finanziato.

Articolo redatto dall' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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La cointestazione del conto corrente non comporta la titolarità del credito. (Corte di Cassazione, Sez. Civile n. 21963 del 03.09.2019).

La cointestazione del conto corrente non comporta [..] 

  • Data: 19 Settembre

 

La cointestazione del conto corrente non comporta la titolarità del credito. (Corte di Cassazione, Sez. Civile n. 21963 del 03.09.2019).

 

La vicenda ha ad oggetto la questione relativa alla cointestazione di un conto corrente, in particolare se dalla stessa consegua automaticamente la titolarità del credito.

Nel caso di specie la Corte di Cassazione interveniva a seguito di un procedimento instaurato dai figli di una donna deceduta, la quale, era cointestataria con i nipoti di un conto corrente. Quest'ultimi alla sua morte avevano prelevato tutte le somme presenti sul conto.

La Corte di Appello, confermava la decisione del Tribunale di primo grado in quanto “aveva attribuito alla cointestazione di conti bancari il contenuto di un contratto di cessione del relativo credito”.

La Suprema Corte interviene sui limiti derivanti dalla cointestazione e specifica che dalla stessa deriva la legittimazione ad agire ed operare sul conto ma non comporta la titolarità del credito.

A parere della Corte, infatti: “il trasferimento della proprietà del contenuto di un conto corrente è una forma di cessione del credito e, quindi, presuppone, un contratto tra cedente e cessionario”.

In base a quanto sopra, in caso di morte del titolare, gli altri cointestari non possono appropriarsi delle somme presenti sul conto.

La Corte, pertanto, ha accolto il ricorso cassando la decisione di appello.

 

Commento dell' Avv. Carlo Cavalletti iscritto Albo Cassazionisti

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Il correntista ha sempre diritto ad avere la documentazione da parte della Banca anche in corso di causa” (Corte di Cassazione ordinanza n. 14231 24 maggio 2019).

Il correntista ha sempre diritto ad avere la documentazione da parte della[..]... ... 

  • Data: 24 Giugno
Il correntista ha sempre diritto ad avere la documentazione da parte della Banca anche in corso di causa” (Corte di Cassazione ordinanza n. 14231 24 maggio 2019).
Si procede al commento della ordinanza n. 14231 anno 2019 emessa dalla Prima Sezione della Corte di Cassazione in cui si stabilisce il principio che il correntista ha sempre diritto ad avere la documentazione da parte della Banca anche in corso di causa.
Il caso concerne un correntista che aveva promosso azione contro la banca per contestare la errata contabilizzazione del conto corrente e il relativo importo a debito.
La Corte di Appello aveva rigettato la domanda disponendo la condanna alla somma debitorea e il cliente aveva deciso di promuovere ricorso in Cassazione.
Il cliente lamentava il mancato accoglimento, in sede di giudizio, nei confronti della banca, della esibizione dei documenti utili a dimostrare la fondatezza delle ragioni dello stesso, mai prodotta dall’istituto di credito.
Ed infatti il ricorrente aveva formulato domanda di esibzione ex art. 210 c.p.c. ma i giudici di merito non avesvano accolto la sua richiesta di ordinare alla banca, l’esibizione di documenti dati dal cliente all’ istituto di credito come garanzia, e di cui verosimilmente la banca aveva provveduto al realizzo a fronte dell’inadempimento del cliente.
I Giudici della Prima Sezione civile hanno accolto il ricorso e riconosciuto al ricorrente e il diritto ad ottenere copia della documentazione bancaria relativa alle singole operazioni, poste in essere negli ultimi dieci anni.
Si sottoliena un passo importante in cui la Corte di Cassazione stabilisce “il diritto del cliente ad avere copia della documentazione inerente a singole operazioni poste in essere negli ultimi dieci anni, sancito dall'art. 119 TUB abbia natura sostanziale e non meramente processuale e la sua tutela si configuri come situazione giuridica "finale", a carattere non strumentale”.
Esso «non si esplica nell'ambito di un processo avente ad oggetto l'attuazione di un diverso diritto, ma si configura esso stesso come oggetto del giudizio intrapreso nei confronti della banca in possesso della documentazione richiesta e prescinde dall'eventuale uso che di questa il richiedente possa eventualmente voler fare in altre sedi».
Ed infine la Suprema Corte ha stabilito come “il titolare di un rapporto di conto corrente ha sempre diritto di ottenere dalla banca il rendiconto, ai sensi dell'art. 119 del d.lgs. n. 385 dei 1993 (TUB), anche in sede giudiziaria, fornendo la sola prova dell'esistenza del rapporto contrattuale, non potendosi ritenere corretta una diversa soluzione sul fondamento del disposto di cui all'art. 210 c.p.c., perché non può convertirsi un istituto di protezione del cliente in uno strumento di penalizzazione del medesimo, trasformando la sua richiesta di documentazione da libera facoltà ad onere vincolante”.

Avv. Carlo Cavalletti Patrocinante in Cassazione

c/o Studio Legale Cavalletti

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La fideiussione omnibus redatta su modello ABI è affetta da nullità parziale” (Tribunale di Padova sez. II Civile RG. 7767 anno 2018)

La fideiussione omnibus redatta su modello ABI... ... 

  • Data: 24 Giugno
La fideiussione omnibus redatta su modello ABI è affetta da nullità parziale” (Tribunale di Padova sez. II Civile RG. 7767 anno 2018)

La sentenza in commento appare di rilievo relativamente alle garanzie personali, in particolare i contratti di fideiussione predisposti su moduli ABI, che si sono rilevati contrari a norme imperative.
Sulla punto si era già espressa la Corte di Cassazione, con sentenza n. 29810 anno 2018, stabilendo che le fideiussioni prestate a garanzia delle operazioni bancarie (c.d. fideiussioni omnibus) su modulo uniforme ABI violano il divieto di intese anticoncorrenziali vietate dall'art. 2, L. 287/1990.
Quindi le fideiussioni erano considerate nulle se prevedevano le seguenti condizioni:
•    «il fideiussore è tenuto a rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi, o per qualsiasi altro motivo»;
•    «qualora le obbligazioni garantite siano dichiarate invalide, la fideiussione garantisce comunque l'obbligo del debitore di restituire le somme allo stesso erogate»;
•    «i diritti derivanti alla banca dalla fideiussione restano integri fino a totale estinzione di ogni suo credito verso il debitore, senza che essa sia tenuta ad escutere il debitore o il fideiussore medesimi o qualsiasi altro coobbligato o garante entro i tempi previsti»).
La sentenza in esame determina una nullità parziale della fideiussione e quindi relativa alla nullità delle singole clausole.
Se, dunque, la banca si è ha previsto le esposte condizioni contrattuali, la loro invalidità preclude alla banca di richiedere il pagamento al fideiussore.
E ciò apre naturalmemnte le porte alla opposizione che potrà proporre il fideiussore il quale potrà contestare ingiunzioni di pagamento e altresì richiedere danni da illegittima segnalazione in centrale rischi.
La sentenza in commento appare di rilievo relativamente alle garanzie personali, in particolare i contratti di fideiussione predisposti su moduli ABI, che si sono rilevati contrari a norme imperative.

Avv. Carlo Cavalletti Patrocinante in Cassazione

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Ai fini della composizione di un rilevato contrasto sulle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca allorchè il correntista domandi la restituzione di somme indebitamente versate, ed in [..]

Ai fini della composizione di un rilevato contrasto sulle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca allorchè il correntista ... ... 

  • Data: 04 Marzo
Ai fini della composizione di un rilevato contrasto sulle modalità di formulazione dell’eccezione di prescrizione sollevata dalla banca allorchè il correntista domandi la restituzione di somme indebitamente versate, ed in particolare se l’eccezione di prescrizione, per essere validamente proposta, debba contenere anche l’allegazione delle singole rimesse aventi natura solutoria operate nel corso del rapporto la Prima Sezione rimette gli atti al Presidente per valutare l'assegnazione alle Sezioni Unite” (Ordinanza Interlocutoria n. 27680 anno 2018

Il caso concerne quello di una società che aveva promosso azione legale al fine di rideterminare il saldo di due conti correnti con apertura di credito, previa declaratoria di nullità della clausola degli interessi anatocistici, con condanna dell’istituto bancario alla ripetizione dell’indebito.

La Corte d’Appello di Torino aveva stabilito che la Banca doveva restituire delle somme, al netto delle rimesse, qualificate solutorie e ritenute prescritte e contro tale decisione parte attrice promuoveva ricorso in Cassazione.

In particolare la ricorrente denunciava la violazione e la falsa applicazione degli artt. 2938, 2697 e 2727 c.c. da parte dei giudici di merito, in quanto avevano accolto un’eccezione di prescrizione formulata dall’Istituto bancario che risultava essere generica, in quanto la Banca non aveva allegato e provato quali fossero le rimesse extra fido e quindi solutorie.

Di opposta valutazione era l’istituto bancario che sosteneva la validità dell’eccezione di prescrizione. In particolare, la Banca evidenziava come non fosse necessaria un’elencazione delle singole rimesse ritenute prescritte.

La Corte di Cassazione evidenzia come la discussione sulla eccezione di prescrizione estintiva, abbia avuto origine dalla sentenza delle Sezioni Unite del 2 dicembre 2010, n. 24418. La Suprema Corte, aveva enunciato il principio secondo cui l’azione di ripetizione di indebito, proposta dal cliente di una banca, che contesta la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi anatocistici maturati con riguardo ad un contratto di apertura di credito bancario regolato in conto corrente, fosse soggetta all’ordinaria prescrizione decennale, la quale decorre, nell’ipotesi in cui i versamenti abbiano avuto solo funzione ripristinatoria della provvista, non dalla data di annotazione in conto di ogni singola posta di interessi illegittimamente addebitati, ma dalla data di estinzione del saldo di chiusura del conto, in cui gli interessi non dovuti sono stati registrati. In altri termini, le Sezioni Unite sostengono la necessità di distinguere i versamenti solutori da quelli ripristinatori.

Da tale pronuncia si sono evidenziati due diversi orientamenti.

Un primo orientamento sostiene che l’eccezione della banca con riferimento a tutte le rimesse affluite sul conto, senza indicazione di quelle aventi natura solutoria, sarebbe inammissibile.

L'altro orientamento ritiene che, nel caso di eccezione di prescrizione, compete al giudice – tramite un consulente tecnico – verificare quali rimesse siano solutorie o ripristinatorie

Tale orientamento è il frutto dell’interpretazione secondo cui sarebbe eccessivamente sproporzionato e gravoso – rispetto alla corrispettiva posizione del cliente – riconoscere tale onere in capo all’istituto di credito.

Il Collegio rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite ai fini della composizione del rilevato contrasto.



Commento avv. Carlo Cavalletti iscritto all'albo Cassazionisti

 

 

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Nel caso di accertamento con consulenza di assenza di credito da parte della Banca la stessa deve provvedere immediatamente alla cancellazione dalla Centrale Rischi presso la Banca d'Italia” (Tribunale di Padova rg. 6042/2018).

Nel caso di accertamento con consulenza di assenza di credito ..[..]

  • Data: 06 Settembre

“Nel caso di accertamento con consulenza di assenza di credito da parte della Banca la stessa deve provvedere immediatamente alla cancellazione dalla Centrale Rischi presso la Banca d'Italia” (Tribunale di Padova rg. 6042/2018).

 

Produciamo decisione emessa dal Tribunale di Padova, in composizione collegiale, relativa ad un provvedimento di urgenza ex art. 700 c.p.c. volto a richiedere la cancellazione a rischio effettuata dalla Banca presso la Centrale Rischi della Banca d'Italia.

Nel caso la CTU contabile aveva accertato non solo l'inesistenza di crediti da parte dell'Istituto Bancario ma bensì la presenza di crediti della ricorrente.

Per tale motivo il ricorrente sosteneva che la Banca doveva disporre la cancellazione in via immediata e non attendere la sentenza di merito.

Con l'ordinanza collegiale il Tribunale di Padova confermava le ragioni di parte ricorrente e dichiarava illegittima la segnalazione a sofferenza effettuata dalla Banca dopo gli esiti della perizia della causa di merito dai quali emergeva l’assenza di debito del cliente ordinando la immediata cancellazione dalla centrale rischi a sofferenza presso l'Archivio Centrale della Banca d'Italia.

 

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La commissione massimo scoperto non può non rientrare tra le «commissioni» o «remunerazioni» del credito menzionate sia dall'art. 644, comma 4, c.p

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  • Data: 23
“La commissione massimo scoperto non può non rientrare tra le «commissioni» o «remunerazioni» del credito menzionate sia dall'art. 644, comma 4, c.p.(determinazione del tasso praticato in concreto) che dall’art. 2 comma 1, legge n. 108/1996 (determinazione del TEGM), attesa la sua dichiarata natura corrispettiva rispetto alla prestazione creditizia della banca”  (Corte di Cassazione, sez. Unite, n. 16303 anno 2018).

Proponiamo un commento alla sentenza n. 16303 del 20 giugno 2018  emessa dalla Corte di Cassazione che risolvela annosa discussione in relazione alla  commissione di massimo scoperto ai fini del calcolo del TEG (tasso effettivo globale) per il periodo antecedente al 1 gennaio 2010.
Il caso attiene ad una procedura in cui il Giudice delegato del Tribunale di Napoli non ammetteva allo stato passivo del fallimento di una società il credito insinuato da una banca per saldo negativo di un conto corrente al 31 marzo 2008.
La banca proponeva opposizione allo stato passivo. Nel corso del giudizio di opposizione veniva espletata una consulenza tecnica di ufficio all’esito della quale il saldo del conto corrente della società veniva ricalcolato a credito per la stessa. Per quel che qui rileva, il perito del Giudice riscontrava il sistematico superamento del tasso soglia dell'usura c.d. presunta grazie anche al conteggio delle commissioni di massimo scoperto (CMS) sulla scorta della giurisprudenza penale di legittimità e del disposto dell'art. 2 bis d.l. 29 novembre 2008, n. 185, introdotto dalla legge di conversione 28 gennaio 2009, n. 2, inteso quale norma di interpretazione autentica dell'art. 644, comma 4, c.p.Il Tribunale di Napoli respingeva pertanto l’opposizione ritenendo insussistente il credito vantato dalla banca.
Dapprima la Corte di Cassazione definisce la commissione massimo scoperto ccome il corrispettivo pagato dal cliente per compensare l’intermediario dell’onere di dover essere sempre in grado di fronteggiare una rapida espansione nell’utilizzo dello scoperto del conto.
E così, a seguito dell'entata in vigore della disciplina in materia di usura, vi era da una parte  ll’art. 644 cod. pen., che “per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” mentre dall’altro le “Istruzioni per la rilevazione del tasso effettivo globale medio ai sensi della legge sull’usura” non ne tenevano conto .
E così, in via giurisprudenziale, si era creato un vero e proprio contrasto con conseguente rimessione della causa alle Sezioni Unite.
La Seconda sezione Penale riteneva di dover considerare, al fine di determinare la fattispecie di usura, tutti gli oneri tra i quali rientrerebbe sicuramente la commissione massimo scoperto.
A sfondamento di ciò si ricorda la sentenza n. 12028 del 26 marzo 2010 che ritiene l’art. 2bisD.L. n. 185 del 2008 come una “norma di interpretazione autentica del quarto comma dell’art. 644 cod. pen. in quanto puntualizza cosa rientra nel calcolo degli oneri ivi indicati, correggendo una prassi amministrativa difforme”, ritenendo quindi la sua applicazion retroattiva
E in tal tracciato giurisprudenziale si inserisce la sentenza della Corte di Cassazione, oggi oggetto di commento, secondo  cui l'art. 2 bis D.L. n. 185/2008 non può avere né carattere interpretativo né quindi retroattivo.
In particolare la Suprema Corte riferisce come la norma in questione non possa essere qualificato norma di interpretazione autentica dell’art. 644, quarto comma, cod. pen..
Le ragioni poste a fondamento dell’esclusione del carattere interpretativo della suddetta norma sono due: i) la sua natura innovativa e ii) il fatto che il suo carattere interpretativo non possa essere riferito al solo quarto comma dell’art. 644 cod. pen., escludendo il terzo comma dalla portata interpretativa.
In sostanza secondo le Sezioni Unite, la commissione massimo scoperto non può non rientrare tra le «commissioni» o «remunerazioni» del credito menzionate sia dall'art. 644, comma 4, c.p.(determinazione del tasso praticato in concreto) che dall’art. 2 comma 1, legge n. 108/1996 (determinazione del TEGM), attesa la sua dichiarata natura corrispettiva rispetto alla prestazione creditizia della banca.
Né vale ad confutare tale ipotesi il fatto che i decreti ministeriali di cui all’art. 2, comma 1, legge 108/96 non abbiano al tempo incluso le commissioni di massimo scoperto nel computo del TEGM posto che la legge ben può, invece, imporre di tener conto delle stesse nel calcolo del tasso praticato in concreto e del TEGM e, quindi, del tasso soglia con il quale confrontare il primo. Ritengono quindi al riguardo le Sezioni Unite che la mancata inclusione della CMS dovrebbe comportare una mera disapplicazione degli stessi.

Si sottolinea il passo riportato in sentenza secondo cui “con riferimento ai rapporti svoltisi all’entrata in vigore delle disposizioni di cui all’articolo 2 bis d.l. n. 185 del 2008, inserito dalla legge di conversione n. 2 del 2009, ai fini della verifica del superamento del tasso soglia dell’usura presunta come determinato in base alle disposizioni della legge n. 108 del 1996, va effettuata la separata comparazione del tasso effettivo globale d’interesse praticato in concreto e della commissione di massimo scoperto (CMS) eventualmente applicata – intesa quale commissione calcolata in misura percentuale sullo scoperto massimo verificatosi nel periodo di riferimento – rispettivamente con il tasso soglia e con la “CMS soglia”, calcolata aumentando della metà la percentuale della CMS media indicata nei decreti ministeriali emanati ai sensi dell’art. 2, comma 1, della predetta legge n. 108, compensandosi, poi, l’importo della eventuale eccedenza della CMS in concreto praticata, rispetto a quello della CMS rientrante nella soglia, con il “margine” degli interessi eventualmente residuo, pari alla differenza tra l’importo degli stessi rientrante nella soglia di legge e quello degli interessi in concreto praticati”.

Avv. Carlo Cavalletti
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La banca deve risarcire il danno subito a seguito dell’investimento in obbligazioni Cirio per non aver informato il cliente in ordine al rating [..]

La Banca deve risarcire il danno subito a seguito [..]
  • Data: 31

“La banca deve risarcire  il danno subito  a seguito dell’investimento in obbligazioni Cirio per non aver informato il cliente in ordine al rating. Il diritto dell'attore si prescrive nell’ordinario termine decennale in quanto trattasi di materia contrattuale” (Tribunale di Lucca n. 1270/2017).


Il caso concerne un contratto di intermediazione mobiliare e deposito titoli in forza del quale il direttore di filiale aveva proposto al cliente di effettuare un investimento molto vantaggioso; durante l'incontro l'odierno attore faceva espressamente presente di non voler correre rischi in quanto i risparmi erano pervenuti in forza della morte della madre.
Rassicurato dalle parole profuse dal direttore il correntista aveva acquistato obbligazioni Cirio Holding 6,25% nella errata consapevolezza di acquistare obbligazioni della società italiana Cirio spa mentre in realtà l'ordine riguardava obbligazioni straniere.
Peraltro non era stato riportato alcun dato circa l'andamento economico della società stranire, sul rating nonché sul contenuto della Offering Circular e sui rumors che, da tempo, circolavano nell'ambiente finanziario né tanto meno vi era stata informazione sulla profilatura del cliente così come previsto dall'art. 28 comma 1 lettera a del Reg. Consob 11522/1998.
Si costituiva la banca nel giudizio promosso presso il Tribunale di Lucca eccependo la prescrizione ritenuta dal relativo difensore quinquennale e nel merito riferendo della correttezza del direttore nel proprio operato.
Dopo aver svolto l'istruttoria, sentito i testimoni la causa veniva trattenuta in decisione e il Tribunale di Lucca, in data 15.6.2017, emetteva sentenza di condanna della banca sui seguenti fondamenti.
Dapprima il Tribunale ritiene, concordemente con la Corte di Cassazione n. 17868/2011, l'azione di natura contrattuale e quindi soggetta a prescrizione decennale.
Nel merito la banca non ha, sempre secondo l'autorità giudiziaria, dimostrato di aver agito correttamente e con diligenza trattandosi di un'operazione di elevata pericolosità economica e né erano state fornite le dovute notizie circa il rating delle obbligazioni acquistate.
Per tali motivi la banca viene condannata alla restituzione della somma investita detratte le somme percepite medio tempore a titolo di cedole oltre gli interessi legali e la rivalutazione; la banca viene anche condannata al pagamento delle spese legali di parte attrice.



commento avv. Carlo Cavalletti
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Corte di Cassazione – sez. civile n. 2915 del 15.2.2016 – è nullo il mutuo fondiario se supera la soglia di finanziabilità

Nullo mutuo fondiario se supera soglia finanziabilità [..]

  • Data: 10

 

Troppe volte gli Istituti Bancari hanno concesso ad aziende mutui fondiari per estinguere debiti e/o precedenti mutui.

L’art. 38 comma 1 e 2 TUB prevedono come il credito fondiario abbia per oggetto la concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili, il cui ammontare è individuato in rapporto al valore dei beni ipotecati (c.d. credito fondiario) o al costo delle opere da eseguire sugli stessi (c.d. credito edilizio).

Il Tribunale di Venezia aveva stabilito la nullità del mutuo per superamento della soglia massima di finanziabilità che – secondo il CICR – si assesta nella percentuale dell’80% del valore dell’immobile.

Il problema affrontato dalla sentenza in commento concerne gli effetti del mutuo concesso dalla Banca quando lo stesso superi la percentuale sopra richiamata. Secondo un’ interpretazione l’art. 1418 c.c. nel prevedere l’inciso “salvo che la legge non disponga altrimenti” conferisce al Giudice il potere di individuare le ipotesi in cui la sanzione della nullità non possa ritenersi compatibile con la ratio della norma imperativa violata.

Nel caso affrontato, in particolare, la decisione del Tribunale di Venezia impugnata ha ritenuto che il contrasto con la norma imperativa che indica un soglia massima di finanziabilità conduca alla nullità virtuale del contratto, poiché la norma sarebbe posta a tutela non già della singola banca ma della stabilità del mercato bancario.

Altresì il medesimo orientamento è stato espresso in una sentenza emessa dal Tribunale di Firenze che, nell’esaminare le conseguenze derivanti dal superamento della soglia massima di aveva riaffermando, invece, in buona parte, la validità concettuale della precedente decisione.

La normativa richiamata è contenuta nel D.Lgs. 385/2003 del T.U.B. e nell’art- 38, co. 2., TUB assegna alla Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, la competenza a determinare l’ammontare massimo di tali finanziamenti.

Altresì la delibera CICR del 22.04.1995 ha stabilito che la percentuale tra concessione e immobile debba essere pari all’80% anche in relazione al costo delle opere da eseguire sugli stessi ma la normativa nulla afferma in ordine alle conseguenze nascenti dalla loro violazione.

La Corte di Cassazione n. 26672/2013 stabiliva come le norme in questione si qualificherebbero bensì come imperative ma non incidenti sulla validità del contratto: esse sarebbero dunque mere norme di comportamento, la cui violazione determinerebbe esclusivamente la sanzione sul piano c.d. amministrativo senza alcun nullità.

Afferma la sentenza commentata che lo scopo del mutuo fondiario è anche quello di non indebitare eccessivamente i consumatori più di quanto il loro portafogli consenta di restituire, al fine di non danneggiare la banca.

La banca che, per massimizzare il proprio lucro, dia in prestito un importo superiore a quello consentito dalla legge non potrebbe poi che prendersela con sé stessa, dovendo rinunciare alle somme.

 

Avv. Carlo Cavalletti

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La Banca deve restituire le somme indebitamente riscosse nel contratto di c/c Ai sensi del D.L. 24.1.2012 n. 1 è stata prevista la nullità radicale di tutte le clausole che prevedono commissioni a favore della banca a fronte di linee di credito

La Banca deve restituire le somme indebitamente riscosse nel. [..]

  • Data:07

 

La Banca deve restituire le somme indebitamente riscosse nel contratto di conto corrente. Ai sensi del D.L. 24.1.2012 n. 1, convertito con modificazioni della L. 24.3.2012 n. 27 è stata prevista la nullità radicale di tutte le clausole che prevedono commissioni a favore della banca a fronte di linee di credito (Tribunale di Lucca rg. 60649/2016 sentenza n. 1202/2016).

Quello che andiamo a commentare concerne una controversia tra una Banca e un cliente che decideva di promuovere - dinanzi al Tribunale di Lucca – azione giudiziaria per la invalidità, nullità e/o annullabilità del contratto di conto corrente e di apertura di credito mediante affidamento con scopertura sul c/c oltre invalidità della applicazione degli interessi anatocistici con capitalizzazione trimestrale.
Nel corso del giudizio la difesa del correntista provvedeva a produrre il contratto di apertura di c/c e gli estratti conto relativi al periodo 1992/2000 nonché lettera a/r ai fini della dimostrazione dell’avvenuta interruzione della prescrizione oltre ad una perizia contabile.
L’Istituto Bancario contestava ogni pretesa riferendo che la Banca si era adeguata alla delibera CICR del 9.2.2000.
Il Giudice accoglie le ragioni del correntista rigettando dapprima l’eccezione di prescrizione e riferendo, nel merito, come la difesa dell’attrice ha adempiuto a tutti gli oneri di allegazione tra cui gli estratti conto.
Il Giudice, nella sua motivazione, afferma poi che risulta giusto lo scomputo della commissione di massimo scoperto poiché, in forza del D.L. 24.1.2012 n. 1, convertito con modificazioni della L. 24.3.2012 n. 27 è stata prevista la nullità radicale di tutte le clausole che prevedono commissioni a favore della banca a fronte di linee di credito, del loro mantenimento e del loro utilizzo, anche in caso di sconfinamenti oltre il limite del fido o in assenza di affidamento.

 

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